21/07/17

La donna trasparente


Ricordo pause pranzo con fetidi panini, pizzette oleose con mozzarella di plastica che facevo cadere nel cestino.
Ricordo discorsi mesti e ripetitivi, il mutuo, le mogli che si disfano, i figli da spesare, propaggini populiste poggiate sul nulla, commenti su cosce e culi di commesse, programmi di vacanze estive e weekend da spendere tra viagra e cazzi storti e invecchiati in erezione per rinvigorire legami ormai fiacchi.
Ricordo che fumavo fino a scoppiare, sperando che quello strazio finisse in qualche modo.
Non mi andava di parlare di quella roba. Non mi andava di parlare affatto.

Oggi ascolto con malcelata impazienza il delirio autoreferenziale di un conoscente melomane, che mi spiega -usando troppi avverbi- che a lui il blues piace come il rock, e che anche il jazz lo conosce e lo va a sentire dal vivo, Mr. Jazz.
Il fumo della mia sigaretta lo infastidisce. Stavolta non mi offro di scostarmi a lato, che si fotta.
Gli guardo la fede. Pomposa, evidente più di un Rolex in una strada deserta a ferragosto, fede lucida, lucidata, che non si macchia mai di sperma o di odio.
Il conoscente, il cui nome è Doriano, attacca una pippa su Peter Green e Eric Clapton, passando per musicisti che non hanno alcuna attinenza tra loro e con i succitati, tanto per mostrare a se stesso, più che a me, il suo eclettismo di gusti e la sua spiccata sensibilità auricolare.
Io sono ancora con la testa al sogno di stanotte.
Ero seduto su un vecchio divano davanti al mare, solo. Sentivo l'odore di mio padre accanto a me, ma lui non c'era. Il tipico odore di mio padre, tabacco, sapone alla glicerina e vecchie carte.
Pur non vedendolo, gli rivolgevo la parola, rivelandogli che per molti anni, da ragazzo, ho avuto voglia di bruciare la casa dove sono cresciuto.
Anche oggi, anche in questi anni nuovi ma già vecchi per tanti versi, l'idea del fuoco ricorre nei miei pensieri quando sono stanco. Se avessi un camino, brucerei parecchie cose senza sensi di colpa, senza esitare, ben sapendo che le fiamme migliori non sprigionano sollievo.

Vedi Luca, impossibile prescindere da Johnny Winter. Concordi?”
Certo, Doriano”
... io ho un bellissimo box limitato che comprende tutti i suoi bootleg in vinile, una cosa per intenditori...”
Senza dubbio, tu sei un buongustaio”
Mi fa piacere che tu me lo dica: lo so, lo so”
Goditelo il box, tu e questa cazzo di fede che sembra un punto luce in una galleria degli orrori. In assoluto, godi.
Sono sicuro che quest'uomo non è capace di carezzare la sua donna, non dopo un coito, non dopo un dolore. Non parlo di coccole. Parlo di carezze che dovrebbero partire spontanee. Disprezzo questi uomini trattenuti, pavidi di fronte tanto ai reali pericoli che ai ricatti morali dell'amore o le più smussate dolcezze del quotidiano. Disprezzo la lentezza della paura, le esitazioni ragionate, disprezzo la scrittura falsa che con una mano ti liscia le pareti dell'anima e con l'altra ti masturba sensi di inferiorità, desideri rimossi e voglie di notorietà fino a farti venire nei pantaloni. Distinguo la scrittura che riesce a violentarmi da quella che non riesce neanche a stuzzicarmi i genitali e la voglia di crepare. Sono esigente. Infatti non mi rileggo mai.

Stai ascoltando molto blues in questo momento?”, chiede Doriano.
In questo momento sto ascoltando te”
Oh, no... intendo dire che artisti stai prediligendo in questa fase?”
Questa fase. Non sapevo di poter disporre di una fase solo per me.
C'è un disco degli Hammock che mi perseguita”
Non li conosco... sono rockblues, per caso? A chi si rifanno?”
Sono indefinibili, Doriano. Potrei dirti ambient-pop, ma significa poco”
Somigliano a??”
Sempre questo giochino. A chi somiglia questo, a chi somiglia quello.
Sempre sotto sforzo, immagina un misto tra David Sylvian, Harold Budd e le ballate più cupe dei Church”
Mi sembra roba molto lontana da me”
Anche la tua fede e la tua faccia da me, credimi. Eppure ti ascolto.
E perché ti ossessiona un disco in particolare?”
Perché è bellissimo e per la copertina”
La copertina? Non ti facevo così suggestionabile”
Lo sono, lo sono. Soprattutto quando mi ricordano molecole di ricordi e torture casuali: donne che non potrò più incontrare, donne vestite di bianco, donne che scompaiono, e più in generale io che guardo persone e cose annegare credendo di poter diramare il dolore con le mie parole.
Sarò pure foce ed estuario, ma le mie parole non toccano l'atmosfera, lambiscono i fulmini senza che mi torni indietro l'aria fresca e folle prima della tempesta che sto cercando da sempre.
Così, mi tocca di ascoltare un appassionato di tutto senza partecipare davvero, senza familiarità, ancora distratto da glicerina, tabacco, gelsomini, salsedine e addii senza ceralacca, quelli che non finiscono nemmeno nei sogni.

©Luca De Pasquale 2017


20/07/17

Vampiro


Il sistema capitalistico, con il suo sconsiderato mito efficientistico, non presuppone che un individuo possa scegliere di rallentare, di deviare, di invertire marcia all'improvviso, di sporcarsi la divisa di vita.
Oggi, sarà per il mal di schiena, cammino più lentamente di una lentezza già scelta. Il selciato non scorre veloce sotto i miei occhi distratti, non devo correre per ritrovare, per dimostrare, per favorire definizioni e saldature.
Posso andare piano e in definitiva fottermene.

Sorpasso l'elegante ingresso del parco Volpecina, un'istituzione in questo quartiere, con le sue colonne finto elleniche, la portineria che sembra la reception di un hotel parigino, le aiuole perfettamente simmetriche e i modi un po' affettati ed estenuati di chi lo abita.
Sono diventato diffidente verso le cose pulite. In assoluto. Quel che mi affliggeva da piccolo, il dissidio verso i mondi che sembrano “funzionare”, si è rafforzato.
Oggi le imperfezioni mi vestono, gli angoli nascosti mi suggeriscono scorciatoie e anche allungamenti, e posso dire di preferire le persone “a mezza strada” che quelle autodichiaratesi “riuscite”.

Le migliori emozioni si possono poggiare, quasi per lasciarle riposare, sul comodino prima di dormire. Come un paio di occhiali che al mattino non troverai più e tornerai miope e incostante idiota.
In tanti si chiedono “qual è la mia strada?” mentre il mondo cade in disgrazia solo per poter celebrare con nuovi entusiasmi il salvifico santo patrono.
Sorrisi e parole sono usati come cerniere, camere iperbariche. Come respiratori e persino come afrodisiaci, ma il gioco dura poco e l'amore si trasforma nello sconosciuto che ti precede sul treno che non prenderai.
Gli scrittori sorridono sornioni sul retro di copertine molto studiate, ti guardano con quell'aria di somma comprensione e anche di gentile superiorità. Ti chiedono di fidarti di loro e della loro creatività. Non potrei mai chiedere questo.
Non sono il vecchio amico che caccia il liquore migliore dal vecchio armadio dei genitori e ti rassicura. In questi mesi mi sento un garbato vampiro, appeso ai fili della notte come un pipistrello. O un trapezista ferito da una granata preparata artigianalmente per un piccolo sabotaggio tra pochi intimi.

Dimentico il Parco Volpecina, gli occhi delle persone li prendo lateralmente, con calore controllato, moderatamente curioso ma di passaggio. La libertà è un'idea peregrina. La commozione teleguidata non funziona. A volte basterebbe accontentarsi dei movimenti larghi delle braccia, del respiro senza ostruzione, di un foglio scritto alla svelta, più velocemente di una lettera d'addio, più lentamente di una promessa.

Tornando verso casa -lentamente e senza concedermi voli in basso o in alto- non trascino con me nessun particolare dilemma esistenziale. I tormenti non hanno forma di dubbi, cosa che la gente si ostina a ignorare.
I dubbi sono dubbi, i tormenti sono acqua d'insonnia e gesti persi. È ben diverso. Si può essere tranquilli e tormentati, lo spettacolo dei propri tormenti in erezione è paccottiglia, cabaret obbligatorio.
Passo dopo passo, mi chiedo soltanto se stasera preferirò un pezzo di David Sylvian o dei Cousteau, o entrambi. Per entrare in quel clima di rarefatta protezione che è la temperatura del proprio corpo in assenza di stimoli.
Questo conta molto per me, avvertire la mia temperatura, cercare di regolarla sulle sfumature della sera che cresce e della musica che veste il resto di me, quello disperso.
Non conta molto, invece, occhieggiare sornione da una foto quadrata con una bella giacca e la barba curata per essere incolta o viceversa.
A pelle viva sì, ma senza dare spettacolo. Come i vampiri che non finiscono nelle saghe o nei film gotici abbarbicati agli effetti speciali.
Vampiro oggi, forse viandante domani, di sicuro in ritardo per quel treno, in ritardo cronico per quel rimborso di fiducia caduto in prescrizione.
A testa in giù sulla notte che ha trovato le frequenze appena in tempo.


©Luca De Pasquale 2017



16/07/17

Scuro e luminoso come una canzone di Richard Hawley


Decido di cercare tutti gli alberghi e le pensioni dove sono stato con i miei genitori tra infanzia e adolescenza.
Ci impiego meno di mezz'ora per rendermi conto che non ne è rimasto attivo o in piedi nemmeno uno. I tempi sono cambiati, in tutto e irrimediabilmente.
Del resto, mi dico, solo un amico di mio padre è ancora vivo. Gli altri sono svaniti, dimenticati. Le cartoline che ho ritrovato di molti di loro sembrano essere state scritte da individui mai esistiti.
Una, datata luglio 1975, proviene da Maratea e recita: “Caro Paolino, un sentito abbraccio dalle onde e dalla serenità a te e famiglia. Riccardo e Annalisa”
Riccardo e Annalisa. Papà non me ne ha mai parlato.
Un'altra è di un collega di mio padre, Enrico Della Corte da Ercolano: “Signor Paolo, tanti saluti e a prestissimo. Per ora riposiamoci... Enrico”, Ischia 1976.

Compio quest'operazione nostalgia quasi senza rendermene conto, sono consapevole che si tratta di un mio rituale estivo, quando vado in letargo e cerco la solitudine molto più che in inverno.
In fondo non sono molto diverso da quelli che continuano a riprendere in mano i dischi che compravano da ragazzi, illudendosi di poter fermare per un istante lo scorrere del tempo e il disincastro metodico degli ideali. I miei gesti tra le cose di mio padre valgono quanto il disperato ritornare sui luoghi dei primi amori, delle emozioni nuove, tra le rovine fiorite di ricordi sempre abbelliti dalle sconfitte patite.

A mio padre il mare piaceva. Piaceva al punto che per anni ha organizzato vacanze in posti di mare nonostante le perenni difficoltà economiche. Solo che io non apprezzavo chissà quanto. Il mare mi piaceva contemplarlo, non immergermici con un costume e un pallone. In quei posti sfuggivo al rituale noioso della spiaggia e andavo in giro, immaginando quelle strade in inverno, sotto chirurgici temporali. Mi sembravano paesi in cui era troppo facile innamorarsi e poi dirsi addio.
Non ho mai creduto negli amori estivi. Nelle sbandate cotte e servite nei villaggi e negli alberghi. Le passioni vere, pensavo, hanno bisogno di un vetro che pianga pioggia in ore pigre, non di soleggiata pubblicità.

Molti anni fa prenotai in un albergo dove la mia famiglia aveva trascorso ben sette estati, in Cilento. Mi presentai quasi senza bagaglio, era ottobre, presi possesso di una camera ordinata e malinconica, estrassi dallo zaino tre libri, carta, penna e un walkman. A condire il tutto, sigarette e desiderio di isolamento creativo. Non scrissi una sola riga, ma ricordo quel soggiorno solitario come una delle più belle pause prese dalla vita urbana e asfissiante. Camminavo, riflettevo, aspettavo il senso di attesa che ormai mi sembrava di aver perso nella frenesia e nella lotta disordinata.
Chi lotta senza guida è destinato a fottersi tutti i miraggi. E anche dell'amore ne riconosce gli ondeggiamenti, l'assenza improvvisa, l'annunciata pochezza. Si diventa incapaci di apprezzare la presenza, l'attenzione. Si svuotano i gesti più sinceri bollandoli come routine grezza e stancante. Si cerca l'esotismo del disastro per giustificare che la notte non si dorme.
Ho praticato questo errore per decenni. Partivo dalla constatazione che di notte non ho mai dormito con la pace addosso. Era allora facile rendere tutto il resto consequenziale e spiegabile. Nient'altro da dichiarare.

Evito incontri sporadici e appuntamenti fissi con la nostalgia organizzata da altri. Non posso permettermelo.
Non sarà il garbo naturale a costringermi a mettermi comodo sotto un altarino della memoria e sgranare i petali riciclabili del rimpianto metodico.
Intristirsi insieme non significa diventare fratelli. Condividere un lutto o un'ossessione e passeggero, non salda sul serio.

Ti ricordi di quando eravamo ragazzi, i nostri giri all'università a caccia di donne difficili?”, mi ha chiesto all'improvviso un amico durante un caffè taciturno qualche giorno fa.
Ricordavo benissimo, ma mi sono sottratto: “Passato troppo tempo”
Non ti piace ricordare il passato?”
Può essere pericoloso, parliamo di calciomercato”

Sono io, con il mio rimestarli ogni estate o quasi, a far invecchiare ancora di più i cimeli della vita di mio padre. Con la mia ritualità egoista non faccio altro che alimentare la portata della distanza da quel vero che si è spento e che continua a vivere nella mia malinconia a compartimenti stagni.
Siamo egoisti quando ci lasciamo andare al ricordo degli assenti. Non è la loro essenza, e di sponda i loro sogni, a interessarci, quanto il deserto che il loro mancare ci ha scavato dentro, tane lussuose o spartane che siano non ha alcuna importanza.
Lo stesso procedimento lo usiamo volgarmente nei sentimenti attivi, attuali, in cui la controparte respira. Amiamo spesso dell'altro quel che rappresenta nella nostra vita, non la sua vita unica, presa isolata, quasi pura.
Quando siamo innamorati e anche quando ci crediamo al sicuro, scriviamo poesie, canzoni, leggiamo libri velocemente, osserviamo la natura con sincero trasporto, accettiamo i contrattempi, i rovesci, i pezzi di merda.
Diamo da mangiare a quell'animale orbo che è questa visione dell'amore, privata però di un elemento fondamentale: il dolore spiazzante rappresentato dalla ricerca di quel senso nuovo e raro che ci vorrebbe assenti da noi stessi quando amiamo veramente.
Siamo autocentrati, banali e stanchi. Ci hanno insegnato ad amare le cure, non le diversità che si avvicinano.

L'estate è anche, per me, la stagione adatta alla musica di Richard Hawley. E così prendo i suoi dischi, li maneggio rassicurato, li dividerò per notti. Sono strani i dischi di Richard Hawley, davvero. Struggenti, piovosi, adatti a lampioni nella nebbia, a fiori buttati nei cestini, a messaggi d'amore destinati ad inquinarsi nel solo pensarli. Eppure, con quei dischi non sei mai solo, trovi rapidamente un fratello di quelli più intriganti, gli uomini che camminano attraverso la loro stessa vita con una sigaretta accesa, il petto scuro e grave ma sempre illuminato da un'involontaria trasparenza, il senso di attesa che avevamo smarrito in qualche breve stanza di baci.


©Luca De Pasquale 2017







15/07/17

Radical Shit più bestiario


Il telegiornale “comunista” di Rai Tre mi avvisa sin dal primo mattino: rientro a tutti gli effetti nei nuovi nuovi dei nuovi poveri, quelli che hanno anche poche speranze di reinserirsi nei migliori ingranaggi della società.
La notizia mi arriva subito dopo poco il caffè del post-alba, mentre già sto pregustando la prima sigaretta.

Mi arriva mentre sto considerando che no, non ce l'ho una foto in cui sono abbronzato, quelle che si mettono in questo periodo. Non ho nemmeno una foto alternativa, con me che addento un panino sorridendo in un nuovo locale del litorale flegreo.
Per tutte le foto che ho visionato in questi ultimi giorni, più di trecento (poche se si considera che c'è chi dispone di trecento nuove foto in una settimana o poco più) per 45 anni di vita, potrei anche dedurre che non ho mai mangiato in pubblico.
In nessuna delle foto mangio, mastico o sono almeno conviviale.
In nessuna delle foto inauguro l'apertura di un nuovo posto “dove si magna”.
Non ci sono foto con guru della letteratura, della musica e del giornalismo musicale. Ho più foto di Jaco Pastorius e degli anni di decadenza di Democrazia Proletaria che personali.
Le foto di presentazioni di libri in cui sono stato headliner -fatemelo dire ogni tanto, fa rockstar di provincia, quelle che muoiono nei bagni dei ferramenta- sono state eliminate, tagliuzzate o ritoccate per cancellare gente della quale non sopportavo più le fattezze.
Non potrò dire mai un giorno a un nipote “ed ecco qui tuo nonno che presenta il suo terzo romanzo” con aria lacrimevole, con lui che non se ne fotte niente e mi fa un sorriso da generazione superiore. Peccato.

Esco a fumare la sigaretta.
Rifletto, pondero.
Potrei fare una cosa intelligente: raggiungere in serata un locale del litorale flegreo, entrare per pisciare e appena uscito dal bagno farmi un selfie sorridente con un bicchiere di carta nella mano libera. Si potrebbe pensare anche che lì dentro c'è vodka al melone.
O potrei scegliere il rimedio di mio zio Mario tra il 1971 e il 1973: abbassare tutte le tapparelle di casa e far pensare che sono partito per qualche meta non dichiarata, potrebbe essere Guidonia ma anche l'isola di Athos, Portos e Papasthatopoulos. Basta che un'isola abbia il suffisso “os” per evocare bianchi scenari di quiete, sabbia trasparente e qualche sommovimento coitale.

Mi hanno detto che non devo lamentarmi.
Che non bisogna essere “negativi”. Ormai è il motto del paese, evitare la negatività. Funziona più dell'inno di Mameli.
Avere cattive opinioni -anche strutturate- su tante cose può essere indice di negatività ma non solo: può indicare anche una tendenza a piangere miseria, lamentarsi e potrebbe celare un disturbo bipolare. Si sono tanto raccomandati e dunque ho capito che non devo lamentarmi, anche se credo di non essermi mai lamentato. In fondo, ho solo chiesto che non mi si rompessero i coglioni. Sono stato frainteso. Ecco, mi sto lamentando anche adesso. Rimangio tutto: ho parlato male, ho scritto male, ho usato parole inadatte.

E poi c'è la teoria della relatività.
Mi spiego meglio.
Se io dispongo di 116,35 euro per il mese di agosto, io sono tenuto a considerare che c'è chi potrebbe soffrire molto disponendo, sempre per il suddetto mese, di 2048,50 euro solo per una vacanza.
Niente Bogotà per il possessore di tale cifra: magari Maratea. E sì, Maratea non è libertà, non è chatwinismo, non è usabile per mostrarsi viaggiatori e ammarapacche veramente illuminati.
Piuttosto che criticare gli altri, dovrei guardare in positivo i miei 116,35 euro, che possono comunque portarmi lontano: tre numeri della Settimana Enigmistica nuova, quella con Fedez e Belen in copertina, un bel pacco dei miei biscotti preferiti, un latte di mandorla il 15 agosto pomeriggio (non trascurando un selfie), infine potrei acquistare un canottino in offerta, quelli che si vendono in edicola, e piazzarlo sul balcone, vicino ai gerani.
Sono molto negativo a non volermi organizzare in questo modo. Sto peggiorando come essere umano.

Ad ogni buon conto, questo 2017 è stato un anno di enormi sciocchezze, utili comunque ad arricchire il mio bagaglio.
Mi va di organizzarne un rapido diorama, come amano scrivere i falsi critici musicali (loro e questi diorama, rifferama, groovema e patternalia hanno fracassato abbastanza).

1 (alludendo al sottoscritto) “Eh sì, non sapevo che avesse quelle idee politiche, ma del resto è normale: non ha soldi”. Sì, certo, avete capito tutto, è per questo. Con questo ragionamento, quando mio padre mi dava la paghetta ero democristiano e quando ho guadagnato più seriamente con la Federation National Achat Cacates ero diventato addirittura forz'italiota;

2 “Le ideologie non esistono più, gli unici ad averlo capito sono i Five Stars, quindi io sono uno di loro. Un tempo facevo parte di Lotta Continua e ho sindacalizzato anche il ginecologo di mia moglie, ma ora bisogna lottare con una nuova forza, rinnego tutto”

3 “Oggi uno scrittore deve anche essere imprenditore di se stesso e imbastire buone relazioni. Questo non significa affatto svendersi, non è più tempo di estremismi”

4 “Con me la mia compagna raggiunge sempre l'orgasmo, a volte ne ha di multipli e poi sta di buon umore per una settimana”
5 “Ho in mente di pubblicare i miei diari dal 1989 al 2008. Sono sicuramente molto interessanti, sono meglio di un romanzo. Puoi farmi editing e anche phantom writing?”

6 “Il jazz è l'unica musica pura in circolazione, è un dato di fatto. Nessuno può paragonarsi a Charlie Parker e John Coltrane”
Per me è puro anche Julio Iglesias degli anni italiani”
Tu bestemmi”

7 “Nessuno può dire di capire di musica rock se non ha assistito almeno a centomila concerti come ho fatto io. Io sono la memoria storica del rock, ero a Woodstock, al Tempio delle Naiadi nel 1974 quando il musicista Raul Gratta è morto per un'aranciata. Grande emozione, era il Frank Zappa umbro”

8 “Si scrive dalle 7e30 di mattina alle 12,50, con in mezzo la pausa di un buon caffè. Si mangia alle 13, si fa un riposino fino alle 15e45 e poi si riprende a scrivere fino alle 19,05 senza distrazioni. Questo è oggi essere uno scrittore”
Ma chi l'ha detto?”
Il mio maestro, uno che è famoso”
Lui sa di essere il tuo maestro?”
Non ancora, glielo farò capire presto, voglio entrare nel suo team di puppet writers”

9 “Quasi quasi ti invidio di essere stato in cassa integrazione e poi in mobilità, lo sai? Il mio lavoro è così stressante, oggi è meglio stare fuori che dentro”

10 “Sono quattro anni che ho voglia di telefonarti, ma per un motivo o per un altro mi distraggo sempre”

11 “La cultura è sempre no profit. Tra scrittori, editori e lettori c'è un patto di sangue, siamo una vela magica”
Siete il Vello d'Oro in un lupanare, è così?”
Scrivere, leggere e pubblicare è tutt'uno, ci si sente vicini alla verità”
E si sa, la verità puzza sempre di merda e di percentuali.

12 “Vorrei tanto includerti in questo nuovo progetto, ma è già chiuso, nel senso che comprende una quota di partecipazione che tu non hai”
Guarda, forse potrei ottenerla”
No, no, è comunque chiuso, mi ricordo che l'ultima adesione possibile è stata introiettata l'altroieri”

13 “Quando avrai un figlio capirai che tutte quelle stronzate sulla rivoluzione e la lotta di classe sono anacronistiche, tempo perso. A me e Geena, da quando è nato Efrem l'Alburno è cambiato tutto e io ora guardo ai soldi perché devo mantenere me, mia moglie, mio figlio, due cani, due case, cinque tablet e devo pagare la quota bimestrale per quel club cuckold che non ho mai lasciato. Da quando ho un figlio ho capito che Renzi è una brava persona”

Così, le prime che ricordo all'impronta.
Che importa.
Ho 116,35 euro e devo capire, come dice forse il miglior imitatore di Fabio Volo, che “la crescita è compromesso”.
Faccio Ladispoli a casa mia, non prendo Viagra, guarderò le puntate del commissario Cordier, fumerò tabacco a costine perché le sigarette sono rincarate, imparerò a considerarmi colpevole di non aver accettato che la vita è un badge, che le gerarchie vanno rispettate, che i lavori si trovano per conoscenza e che dietro il buio si nasconde sempre la lavanda gastrica e psicologica di un Dio alias, di quelli che sotto la tonaca portano il busto e ti chiedono la parcella quando ti esaudiscono un trauma.
Rimpiango gli anni di Democrazia Proletaria, utopia tra le utopie, bollata da tanti conoscenti e amici come “una banda di squilibrati”, che “è inutile idealizzare oggi che le ideologie si sono nebulizzate”.
Mi ostino a non considerarmi ostaggio della società civile e, in seconda battuta, capace di provocare alla mia compagna orgasmi simultanei ogni volta che mi spoglio del braccialetto identificativo dell'esilio.
Senso della misura, compagni.


©Luca De Pasquale 2017







13/07/17

Il tormento della dolcezza


L'aria è satura di fumo e cenere.
Le notti sono caldissime, spietate, si rischia di impazzire. Giro a vuoto tra incubi assistiti, smodate bevute d'acqua in posizioni impraticabili, mi alzo, penso a qualcosa e lo demolisco, penso a qualcuno e poi rimuovo, non penso e per questo finisco con il darmi dello stronzo vegetale.
Sono notti asfissianti; non mi sembra di aver vissuto già 45 anni e in questo tormento di caldo bianco e putrido non me ne concedo più di altri 15 sulla breccia di qualcosa, fossero anche le pareti lisce di un piano di autodistruzione.
Notti in cui mi dibatto nel letto e fuori come un animale scacciato da un'arca fallimentare, mi faccio del male con appunti che non userò mai, con le sigarette che rendono la gola un cratere pesante, notti in cui i nomi di tutti coloro che ho conosciuto e incrociato diventano un rebus risolvibile solo da sensuali e inutili angeli di catrame.

Il caldo mi sfonda il petto, divento carnivoro, ultimativo e sganciato definitivamente dai cestini familiari, i sagrati scoloriti, le dannate e stancanti aspettative altrui. Perdo la pazienza e mi gratto anche se sono pulito, docciato, rinfrescato; le parole che mi vengono di notte sono imprese di demolizioni senza capomastro. E anche senza sindacato, naturalmente, perché chi lavora sulle mie parole più profonde sono presenze assenti, sono ricordi messi in attesa al telefono venti anni fa.

In queste notti di cenere e pagine familiari smembrate fino alla nausea dell'addio incerto, il mal di testa mi dice che della politica me ne sbatto, che non voglio etichette di sorta, e che i buoni esempi da seguire sono sempre merce avariata. Impossibile seguire le scie di luce riconosciute anche dagli altri: il vero esempio è quello che non sei certo di scorgere, potrebbe essere un emissario di Dio ma anche l'Avversario. Nessuno potrà garantirti di non aver preso una svista fatale.

In queste notti in cui la spazzatura puzza come le delusioni rimosse, ricordo alla rinfusa tutte le forme di resistenza scelte nel tempo, ogni volta credendo fossero definitive. Ricordo bene la mia resistenza all'amore, fin troppo bene: “Puoi leccarmi la faccia, puoi farmi venire, puoi dirmi che ti prendo come nessuno mai, ma sappiamo che non è vero. E anche se lo fosse, no, non potrai mai sostituire le mie streghe”.
Conosco bene quelle streghe. Mi mangiano la faccia, la sputano ogni tanto nel pozzo della mia stessa sensibilità, vale come lanciare monete nella fontana di Trevi o agganciare quei lucchetti del cazzo sui ponti.
Non mi fido di chi crede di poter rimuovere le streghe con la bacchetta magica. Non mi fido ed è per questo che mi lascio andare. Il bollettino finisce qui, non permetterò che mi pervengano altre informazioni di questo tipo.

Poi sogno, sotto la cenere, mentre l'intera regione brucia, i bambini piangono, le coppiette-biberon scopano pulito su tovaglie da picnic e i malati pregano per non morire o morire male. Sogno e sono sogni rivoltosi, in cui c'è sempre un elemento indominabile: ora il mare, ora la terra, spesso i sorrisi perduti di chi mi ha amato, le luci in stanze vicine allo sguardo ma impossibili al tatto e al controllo. Mi sveglio sudato, ansimante; oppure eccitato, ma anche violento, pronto a tutto. Anche a rimettermi a dormire come se nulla fosse, come i codardi che evito alla luce del giorno.

I veri incubi non concernono però la carne, l'etica, l'epica dell'anima, le nostalgie taglienti, le madri fuggite nel nulla e i consanguinei più pallidi dello sperma secco: i veri incubi afferiscono alla dolcezza.
Quelli fanno male in modo deciso, chirurgico.
La dolcezza che ho dato e ricevuto, quella evitata, quella incompresa e recuperata male, la dolcezza da pergamena genealogica che non serve a nulla, la dolcezza da tradimento compiuto e quella, forse migliore, da struggimento post-inganno.
In qualunque veste si presenti al mio piccolo tempio di fuochi fatui, il dopolavoro della notte, la dolcezza ha su di me un effetto devastante, incontrollabile, dal gusto amaro e dall'odore secco, bruciato, l'odore delle fiamme quando fingono di estinguersi per riproporsi altrove e meglio.

La dolcezza arriva sui lidi dell'alba, quando mi aggiro per casa come un pazzo, con una bottiglia d'acqua in una mano e la sigaretta spenta nell'altra, mi raggiunge come una piuma gelida quando sono in piena smobilitazione di idee fisse, ma quale scrittore, ma quale uomo, ma quale missione.
Mi prende a schiaffi, mi chiede di non ragionare più, di non andare a ritroso tra le fiamme e i mari venduti, mi chiede la dignità della tranquillità.
Quella che ti permette, sempre alle prime luci del giorno, di accettare il vento come vento, il fuoco come fuoco e la vita come un gioco serio e animato al quale dovrai insegnare a nuotare. Senza la fissazione di annegare pur di dimostrarti vivo.

©Luca De Pasquale 2017

11/07/17

Inganni


“Quando non ho paura, allora mi piaccio. Quando rido mi piaccio, ma non capita spesso. Quando amo a più non posso, allora sì che mi piaccio”
La Crus – La nevrosi

Tutte le volte che mi sposto, capisco velocemente che non ho un punto di partenza e neanche una sponda d’arrivo.
Lo spostamento non è mai un investimento con conclamate certezze alle estremità. Lo spostamento è vento. Forse è un temporale, un azzardo, non è mai organizzato.

Oggi, in metro, ho studiato una giovane coppia seduta poco distante da me; io ero in piedi come sempre. La donna continuava a spostare i suoi capelli sulle spalle, a destra, a sinistra, intrecciandoli con la dita, lisciandoli. Lasciava parte della schiena scoperta durante questo gioco. L’uomo non sembrava indifferente a questi gesti, ho intercettato parte dei suoi pensieri, delle sue voglie. Aveva voglia di morderla sul collo, poi sulle spalle. Non davano l’idea di essere una coppia formata.

E intanto, oltre i finestrini, la distesa di mare e cemento mi chiedeva incessantemente: “da dove sei partito, dove sei diretto?”, senza ottenere nessuna risposta. Ogni mio movimento, soprattutto in questa stagione, non ha una sua tracciabilità emotiva e interiore. Si tratta di vagabondaggio taciturno, è predazione dello sguardo, sono appunti per scrivere. Rubo dove posso, appena se ne presenta l’occasione. Mi approprio dei desideri, delle attese, dell’impazienza contenuta, della rabbia delimitata dalle corregge delle borse, dalle cerniere lampo, dai cinturini degli orologi, dalle bocche suturate in dignitose posture pubbliche.

E poi, il mare. Il mare dai finestrini del treno, quasi un vizio. Dove perdere gli occhi e ricordare quello strano richiamo che sentivo da ragazzo, scomparire tra le onde ad ogni tramonto per riapparire il mattino seguente.
Negli occhi dell’uomo leggevo il desiderio carnale per la donna che giocava con i capelli lasciando collo e schiena scoperti. Una delle poche immagini reali della giornata.

In treno ho anche ripensato agli inganni.
A tutte quelle volte che gli esseri umani annunciano amore nell’entusiasmo dell’attimo per poi rimangiarselo poco dopo, senza un minimo di controllo degli impulsi, della propria storia personale e di quella altrui, persino della musica. Si parla facilmente quando si vive qualcosa di nuovo, un inizio, quando i minuti bruciano eliminando tutta la zavorra costituita dalla noia di anni, di pensieri fissi, di precedenti delusioni. Gli amori annunciati hanno qualcosa di malato e c’è sempre un demone assoldato per tritarli, umiliarli, farli a pezzi.
Non è questione di fiducia o sfiducia, è questione di accettare che al giorno segue la notte, e che le promesse nella luce non sono al riparo da spettri, dalla dispersione crudele dell’attimo successivo.
Una volta una donna mi annunciò che avrebbe voluto vivessi con lei.
“Ti preparerò una camera dove potrai scrivere tutto il giorno”, mi disse materna e passionale, senza che io le avessi chiesto nulla in proposito.
“Sarà stupendo tornare a casa e trovarti lì, alla scrivania, a picco sul mare, e pazienza se vorrai usare la macchina per scrivere invece del computer, è un tuo diritto”, continuò.
Non ero innamorato di quella donna, ma mi si gonfiò il cuore, e mi diedi dell’insensibile, non avevo dunque capito che si stava innamorando di me?
Quella notte non chiusi occhio. Pensai a lei in continuazione. Non avrei mai accettato di fare il mantenuto in casa, non credevo certo di essere Cornell Woolrich e l’inanità mi manda al manicomio, eppure quel gesto, quelle parole che valevano come gesto, pareva contenessero davvero una preparazione spontanea all’amore, a una condivisione.

In pochi giorni, mi resi però conto che ero solo un giocattolo per lei. Un giocattolo particolarmente strano, sì, ma sugli scaffali di un negozio specializzato. Avrebbe potuto scegliere giocattoli più funzionali, più cari, e così andò, frenando la mia indecisione, pugnalandola e portandomi per qualche mese in un purgatorio sentimentale senza belvedere.
La stanza per scrivere. Perché coinvolgere il mio gesto più sacro, lo scrivere, in una promessa sdraiata sulla cera?
Perché scomodare scene di intimità al cospetto di un’infatuazione gestita quasi a mo’ di sorteggio tra palline di carta?
Ero una pallina di carta, e quella bella bocca giocò sporco sul mio infinito da tasca, sempre il solito: scrivere con l’idea di sparire subito dopo. Senza addii, senza foulard, un punto che si sposta dal vento ad altro vento.

Gli inganni sono spesso involontari.
Non sono un colpevolista in questo senso. Amare è un volo immenso e fragile, capriccioso, troppe volte è una preghiera che manca l’ingresso nella cattedrale giusta, quella dell’anima.
E dietro la voglia di amare ruggisce quel mostro inguardabile e subdolo che è lo stato di necessità, l’esigenza di recuperare il dolore seminato confusamente, per non parlare di quell’infido lampo persistente che è la paura della solitudine.
Inganni. Li ho subiti, certo. Ne ho anche costruiti, quasi sempre per vendetta. Ho usato gli inganni passivi anche come pretesto narrativo.
A certe donne ho chiesto quasi di ferirmi, mi sembrava opportuno, era parte del percorso accidentato, era una spinta a questo nuovo vestito da sfoggiare in maturità, “parto dal vento e nel vento finisco, nessun programma”.

I piccoli spostamenti in treno sono sempre memoria che si muove sotto la crosta del mare che diventa l’orizzonte interrotto dei miei finestrini.
Ogni cosa che guardo contiene l’insidia che mi piace, l’inganno. Inganno per me significa non credere, non credere ai miei occhi.
Continuare a sognare. E forse, un giorno, scomparire meglio in un mare non interrotto dal cemento.

©Luca De Pasquale 2017

10/07/17

Diario arrogante


Da ragazzo, quando mi prendevo qualche sbandata, finiva sempre che andavo in cerca di suoni che confermassero il mio perdere la testa per una sensazione, per un desiderio estemporaneo. La musica mi era necessaria per certificare gli eventi.
All'epoca cercavo in particolare il suono del basso fretless, perché mi “ricordava” l'infinito, sembrava stendere davanti a me un tempo senza limiti, la demolizione di ogni barriera e frontiera. Anche per questo Jaco Pastorius e Mark Egan sono stati così fondamentali nella mia formazione di persona prim'ancora che di melomane. Il Pedulla fretless di Mark Egan rappresentava il lato più “sentimentale” delle mie perdizioni, mentre il Fender di Jaco era qualcosa di più cupo e definitivo, addirittura di disgregante. Jaco era il mio angelo dannato, il mio eroe perduto; Mark Egan invece mi aiutava a ricostruire sulle rovine. Era quasi uno schema fisso.
Un innamoramento senza basso fretless di accompagnamento non lo contemplavo nemmeno. Erano appunto anni di formazione del gusto e del carattere.
Una cosa mi era però chiara dall'inizio: nessuna passione ha senso senza la sua razione di dolore, di instabilità. Passione è smarrimento, non sicurezza. L'acqua e il fuoco devono togliere il sonno, non ci si può mica preparare per la notte con una vestaglia elegante e un profumo muschiato. Solo il perdersi spalanca le finestre su una prospettiva così inquietante da potersi facilmente apparentare con un proprio sentore di infinito privato.
E intanto Jaco e Mark suonavano per me, mese dopo mese, anno dopo anno.

Stamattina ripenso a quel lungo e controverso periodo della mia vita in cui tutto era rapimento e desolazione, una moltitudine di estasi interrotte sul più bello e notti vagabonde, difficili, con tanto di pioggia scenografica e senso della fine acceso negli occhi.
Ero drogato, ferito. Non me ne fregava niente della fine che avrei fatto.
Avevo delle utopie che funzionavano. La lotta per i più deboli, per le classi umiliate, la rivolta perpetua verso le convenzioni borghesi, la continuazione e la difesa strenua di mio padre, l'inutile corpo a corpo con la voglia di esprimersi e di finire, tutto denso e fottuto, nelle pagine di un libro a mio nome.

Diventerò uno scrittore”, continuavo a ripetermi in loop, “sarà un modo per discostarmi dalla mia piccola geografia borghese di merda”.
Tutti quei rituali di corsa agli agi e ai privilegi mi faceva schifo, e proprio non riuscivo a capire perché affannarsi per una seconda auto, per una casa al mare, per l'acquisto di un immobile, per una promozione sul posto di lavoro. Mi pareva che le persone non si preoccupassero di altro che di vivere più comodi e inseriti, qualcosa di realmente raccapricciante.
Io volevo solo passioni e -di contorno- ero interessato a sbirciare oltre le ossessioni mie e altrui. Mi chiedevo fino a che punto un uomo può fottersene della società che lo ingloba senza dover pagare un prezzo troppo alto.
Negli anni, con crescente sconcerto ho assistito al disinnescarsi degli spiriti più ribelli, al loro ridursi a delle maschere di sopportazione, di istrionismo domestico, il loro appigliarsi ai punti fermi che per decenni avevano contestato con la schiuma alla bocca.
Bastava mettere su famiglia, caricarsi di responsabilità, convincersi sommariamente di aver compreso come funziona il mondo fuori e che tipo di relazioni coltivare per guadagnare credibilità anche con se stessi. Bastava dismettere dall'oggi al domani i panni della contestazione per indossare senza colpo ferire le palandrane del buon senso comune.

Più questo meccanismo mi si palesava come il più gettonato, più mi spingevo oltre ogni limite di accettabilità: concettuale, comportamentale, persino spirituale. Non ci tenevo a diventare un pater familias acquietato, autoelettosi condottiero del suo nucleo e portatore di saggezza anticipata.
Molti amici si sono allontanati proprio per questa mia volontà di restare in mondi senza certezze, alla mercé degli estremi, dei rischi senza garanzia. Ne valeva la pena. Quando perdi qualcuno solo perché esibisci poca quiete significa che c'era un'incompatibilità irrisolvibile, sarebbe stata solo questione di tempo.

Eppure, stamattina è diverso. Rinvio la scrematura e la fine di un lavoro per ritagliarmi una scena quieta, lenta. Non permettendo a niente e nessuno di inquinare questo momento immobile eppure vivo. Il disco di Stevie Ray Vaughan marcia -allo stesso tempo misurato e burrascoso- nella mia “stanza da lavoro”, la sigaretta è il solito rituale lento, tutto mano sinistra e occhi persi in mille punti di distrazione bianchi.
Non è una delle scene notturne che amo tanto, ma va bene lo stesso.
Stamattina è la volta di una sensazione inedita, limacciosa. Un'insidia.
Sì, perché guardando indietro, senza furia, senza febbre addosso, non posso che darmi dell'arrogante.
Era così arrogante quella pretesa che tutto fosse sempre fuoco o se non altro fiamme nel vetro e nelle culle transitorie; era arrogante porsi come nemico di tutto ciò che preludeva a un lieto fine organizzato. Ed era arrogante pensarsi come il cantore solitario di un disagio fiero e screanzato, esasperando la strafottenza come la tendenza a considerare lo sguardo altrui come un esercito nemico da sbaragliare.
Infine, era ancora più arrogante la pretesa che ogni cosa scelta perdesse i crismi della “normalità” per definirsi esclusivamente come stato d'estasi o pungente tormento.
Probabilmente, ho perso buona parte della mia baldanza. Ma non sono diventato e mai diventerò l'apprendista sfigato di una quiete che mi interessa poco e solo in certi momenti. Quando mi parlano di “riscatto” mi viene solo da vomitare.
Quest'idea che i non accorpati debbano vivere nell'ansia di un riscatto sociale è una miccia pericolosa, un aborto sensoriale, un ricatto involontario proveniente dalle fogne laccate di quella parte esteriormente sana della società che nel mito del progresso dimentica gli stracci dell'anima sul tibo fecale appena cambiato.
L'ossessione del riscatto è la peggiore sconfitta di un uomo e non è sentimento più nobile della più sfrenata e esibita ambizione. La voglia di riscatto presuppone una giuria che alzi i voti, che faccia i complimenti al candidato per l'inversione di tendenza, una giuria legittimata più dagli sconfitti stessi che dai vittoriosi.
E questo non va, perché le giurie sono una pratica oscena. I banchi delle giurie spirituali sono fatti per essere bruciati e divelti.

Giudico alcune delle mie migliori annate come un misto di incoscienza, arroganza e consapevole ammutinamento sociale. Alcune parti di quel disegno impreciso sono state rimosse o sono guarite.
Nonostante questo, non sono in cerca di quiete e ancora oggi, più che mai, ho la certezza che passione e dolore siano i due occhi -non indipendenti l'uno dall'altro- del volto di un uomo alla finestra del destino.
Il disco di Stevie Ray Vaughan continua a marciare, devo finire questo lavoro, migliorarmi in qualche modo in attesa della notte e poi pagare il mercante del sonno alle prime luci del risveglio altrui.

©Luca De Pasquale 2017


09/07/17

Angst


Quando incontro persone che stanno affrontando percorsi solitari, impervi, poco comunicabili all'esterno, riconosco quella cifra dura e spietata che è il silenzio delle retrovie.
La perdita delle posizioni di partenza, della tranquillità, lo smarrimento del futuro, sono tutti fattori che portano al silenzio e non alla comunicazione.
C'è chi, a differenza di me e qualche altro, non riesce più a imbastire un discorso compiuto che sia uno. Solo conversazioni smozzicate, spesso inerziali, forzatamente superficiali.
Si perde la voglia di condividere. Di confrontarsi. Si smarrisce e si inquina il senso della narrazione.
Ed è questo, proprio questo, che la società impone agli smarriti: il silenzio.

Un uomo tranquillo diventa in breve tempo un demone accigliato, una scheggia impazzita che fa sponda perpetua e inutile su diversi angoli del buio, quello interiore e quello prospettico.
Quando un uomo vede la sua umanità sbriciolarsi tra le concretezze taglienti del vivere, la sua voce scompare, l'amore diventa un'elemosina, le vecchie familiarità assumono le imbarazzanti vesti di laconiche indifferenze mantenute in vita ai compleanni e forse agli onomastici.
Sono le tacite leggi di chi perde e di chi cade, di chi resta indietro; come la gazzella più lenta che aspetta di essere sbranata da un predatore alfa alla seconda curva.
I più malati e i più viziati chiamano questa roba “selezione naturale”, ma in realtà è uno sterminio facilitato proprio da chi dismette i panni di essere umano e calza quelli pulciosi della vittima predestinata.

Se ogni “perdente della società” reagisse senza provare troppa paura, sarebbe più difficile aumentare i giri di questa selezione naturale così sanguinosa e iniqua. Ma sono parole.
Reagire è difficile, costa uno sforzo più doloroso del vivere (e sopravvivere) stesso. Reagire contempla l'individuazione di un nemico o quanto meno di un ostacolo: non tutti vogliono farlo. Non tutti hanno gli strumenti per distinguere l'entità da sormontare e la sua forza.

Il mio vecchio amico Elia, lasciato dalla moglie, praticamente eliminato dalla crescita del figlio minorenne, in difficoltà economiche non risolvibili, intasato di debiti e in mano alla piccola usura, qualche anno fa diede una breve svolta alla sua vita demolita. Iniziò a frequentare discoteche dove si ballava una sorta di deep ambient house tra l'acido e il sognante. Si calava ingenti quantità di materiale tossico e tutte le volte che tornava a casa da queste serate disperate si fermava sulla statale per farselo succhiare da una puttana. Era il suo modo, mi diceva, per sublimare l'odio verso le donne che la situazione con la sua ex moglie gli aveva inoculato. Iniziò anche a bere ed ebbe un'assurda quanto strumentale conversione religiosa che lo portò a considerarsi colpevole di ogni nequizia del mondo e di tutti gli errori e le rovine del suo vissuto. Io non sapevo come arginare la sua autodistruzione incessante, che mi scuoteva e che vivevo con un senso di totale impotenza. Le nostre notti a parlare e confrontarci non gli servivano a nulla, nonostante lo sforzo di empatia e compenetrazione cui mi sottoponevo per essergli d'aiuto.
Elia aveva scritto anche un libro, un giallo gotico senza capo né coda che vendette non più di quaranta copie. Una è qui a casa mia, distrattamente sfogliata, e per questo mi sento ancora in colpa.
Poi, una sera, Elia ha seguito il canovaccio solito. Serata gonfia di musica house sensuale, donne giovani sulla spiaggia di Bacoli, il suo sguardo cupo, la sua maledetta voglia di chiudere i giochi e diventare polvere protetta da un Dio trovato troppo tardi.
House music, pasticche, la voglia di sesso sporco da pagare, l'auto lanciata a folle velocità sulla statale, la sosta con la puttana abituale, neanche la forza di un'erezione completa, la bocca della donna meccanicamente sul suo cazzo semifloscio, l'odore di lattice e di autocombustione diurna nelle compagne, il pensiero del figlio, i trenta euro pagati senza neanche venire.

L'arrivo a casa, le stanze vuote, il frigorifero con un limone a metà, una birra sfiatata e carne avariata. Il pc sempre acceso sulla pagina di facebook, i quadri impolverati con i suoi genitori, morti entrambi, le foto del figlio ovunque, la camera del figlio con i poster di Freddie Mercury e Hamsik, la stanchezza di vivere.
Una preghiera, quella che nessuno scriverà mai davvero, quella per i suicidi, la cintura, il lampadario, la fine dei giochi. Elia è morto impiccato, è stato trovato solo due giorni dopo. Aveva la lingua da fuori e si era cacato addosso.
Non una morte titanica da romanzo. Non una morte esteriormente dignitosa, utile a enfatizzare il senso di sacrificio e autodistruzione.
Questo è il suicidio, la rinuncia, in ogni caso un pezzo di cielo a nostra disposizione, il più rinnegato e silenzioso.
Devo esplorare quei rettangoli di azzurro corrotto, quelle faglie devastate dove Dio è solo un crocifisso appeso a un chiodo nel vuoto. Fa parte del mio mestiere di scrittore e di uomo. Anche d'estate, anche in questi giorni dove è chiaro e ovvio che vincano tatuaggi, pedalò, meloni e belle scopate sudate nei resort.
Per ogni vita che si compiace, c'è una morte lontana che voleva essere rinuncia dignitosa ma che finisce per risultare l'orrore di un disagio troppo antico per entrare prepotente nello sciocco talent delle consolazioni.

Non ho dimenticato Elia, il suo sorriso arreso, la sua corsa al freddo perenne, non ho dimenticato la sua volontà di rinunciare alla solidarietà veloce e studiata di chi vive altre emozioni.
Io lo ricordo, mi piacerebbe solo dirgli che si può restare e che anche il buio è composto, alla fine, da un disegno di luci esposte alle intemperie, ma pur sempre luci.

©Luca De Pasquale 2017

07/07/17

Il premio letterario "il tendine di Pantalassa"


Sì, Egregio Editore, è venuta l’ora di dirVi, con tutto il rispetto, che fin che continuerete con questo sistema di sfruttamento integrale dei Vostri dipendenti, non potrete sperare dagli stessi un rendimento superiore alle loro possibilità.
Cesare Pavese, 1942

Ricevo una telefonata. Una persona che non conosco nemmeno tanto bene. Vuole sapere cosa penso dell'ultima edizione del Premio Strega.
Non ne so niente”, dico, “dovrebbe?”
Dovrebbe interessarti, credo”
E perché mai?”
Perché scrivi, no?”
Non c'entra niente”
Dici? Forse sei infastidito da qualcosa...”
Per niente. Solo che si tratta di mondi separati”
Pensi che non arriverai mai in finale al Premio Strega?”
Lo escludo tassativamente”
Spiegati”
Non c'è niente da spiegare. Quella è una manifestazione per major dell'editoria e per casi letterari. Roba distante intere galassie”
Sei pessimista. Credi poco forse nella tua produzione?”
Io non credo, scrivo”
È una frase ingenua, oggigiorno. Senza pubblico non si vende”
Chi ti dice che non voglio pubblico? Che cazzo c'entra?”
Ehi, non scaldarti. Okay, ti ho colto in un brutto momento”
Per niente. Semplicemente, delle sorti del Premio Strega non me ne frega niente. Non sono nemmeno un critico letterario e non ci tengo affatto a diventarlo”
Come preferisci. Ma posso darti un consiglio? Cerca di venderti un po' meglio e di ammorbidirti un po'. Lo dico per te”
A quel punto invento di avere una tisana sul fuoco e concludo la telefonata, pur ostentando una gentilezza basica che non suoni troppo fasulla.
Premio Strega? A luglio iniziato, con il caldo, mentre sto correggendo un manoscritto sulla cottura dell'halibut vegetariano per settanta euro dilazionati?
Ma non rompetemi i coglioni.

Si resta intrappolati in ruoli che ti vengono cuciti addosso. Impossibile dismettere quelle sembianze. Impossibile invertire la polarità di pensiero nelle teste degli incorniciatori. Meglio rassegnarsi e non sbroccare mai più. Meglio accettare che il mondo è dei conoscenti, dei mezzi contatti, e che la rete relazionale di ognuno di noi è attraversata da un oceano di fuffa, confetti scaduti, orgasmi impagliati, ideologie con il mal di pancia e impennate solitarie della libido. Continuiamo a mostrarci cordiali con tutta una serie di persone che abbiamo scartato o ci hanno scartato. Scriviamo quegli auguri fessi e impersonali sui social, ci congratuliamo ipocritamente per i loro avanzamenti di stato, portafogli ed ego; quelli che poi scrivono non vogliono disturbarsi nessuno, perché i lettori servono sempre. Meglio suscitare empatia nella gente che disprezzo e irritazione. Ma è una macchina i cui pistoni non funzionano da decenni.
Non sono uno di quegli scrittori che per trenta copie in più sarebbero capaci di simulare qualsiasi cosa. Oltretutto, trenta copie vendute in più non cambiano nulla, considerate le percentuali da fame che l'editoria piccola e virtuosa (solo perché non ti chiedono i soldi non significa che siano i Malcolm X della narrativa odierna, direi) sembra concederti quasi con magnanimità.
Editoria che oramai è definitivamente invasa da robot e automi predisposti al calco, al ricalco e all'arte inveterata dell'alternanza tattica “il culo prima te lo succhio bene e poi te lo sfondo, tranquillo”.
Gli editori di sinistra praticamente non esistono, anche se si dichiarano tali. Non sono persone di sinistra: sono imprenditori della carta e del concetto che almeno non sono fascisti. Punto. Nient'altro.
E comunque, quanto alle pubblicazioni, prima della qualità conta chi conosce chi. E mi escludo da qualsiasi rivendicazione. Non sono un perseguitato dalla grande editoria, che non sa nemmeno chi io sia. Così stanno le cose. Ma non sto a tirarmi seghe mentali e a costiparmi per libri dai grandi numeri che non mi intrigano e non leggerei mai.

Facendo editing e neanche ghostwriting ma veri e propri esorcismi letterari e rituali di pacificazione della grammatica, mi accorgo che si coltivano idee assurde in quanto a pubblicabilità dei manoscritti. Molti sono convinti che basti creare un commissario serializzato per arrivare sotto gli ombrelloni, pardon, in libreria. Altri propendono per approcci leggeri più del formaggio Philadelphia, quel tono disincantato e pirotecnico che quasi sempre cela -al di là dello scrittore- uomini mediocrissimi, ambiziosi e di nessuno spessore.
C'è poi chi sceglie la profondità, usandola come una piuma sui cuori emotivi delle persone sospiranti; ma quelle non sono piume spontanee, quasi mai, il più delle volte si tratta di tamponi anali senza nessuna onestà.
I migliori scrittori che ho conosciuto nella mia vita hanno pubblicato pochissimo e tra mille penose difficoltà, sopraffatti da problemi economici, accolti da editori visionari senza nessuna idea reale di cosa sia oggi l'editoria, una macchina impazzita che sputa suggestioni sulle rovine sociali e demografiche di questa nazione rimasta senza valori per cui morire giorno dopo giorno e fare resistenza.

È per questo -e per molto altro- che del Premio Strega non me ne chiava un cazzo, per dirla con Balasso. Se è per questo, il mio disinteresse coinvolge anche i premi più piccoli, abbondantemente pilotati, cuscinetti ad olio dove troveranno requie letterati di valore altamente opinabile, il tutto sotto il grande occhio cisposo e guercio del Sistema. Pagami la quota d'iscrizione, mettiti in attesa, noi abbiamo già scelto ma tu non lo saprai, piccolo scrittore nevrotico. Se farai i passi giusti, la prossima edizione potrebbe essere tua e potrai vincere quella scatola di piselli radioattivi e cinquanta ebook del tuo primo ridicolo, impresentabile manoscritto che potrai distribuire ai tuoi volenterosi amici.

E allora, che dovrebbero fare i piccoli scrittori? Smettere di scrivere?
Giammai.
E poi dipende.
Se sono dei piccolo-borghesi, è lampante che si daranno un gran daffare tra piccole librerie, finti combattenti dell'editoria pulita, è chiaro che muoveranno amici e parenti, ex amanti e negozianti di zona. Il piccolo scrittore piccolo-borghese non accetta il ghetto perché è un venduto peggio dei grandi numeri e degli affabulatori telegenici. Forse terrà un corso di scrittura creativa per quattro gatti, ai quali consegnerà tutte le sue merdose frustrazioni, spacciandole per lotta senza quartiere ai grandi sindaci dell'editoria padronale. Editoria forte i cui meccanismi vorrebbero scimmiottare e padroneggiare, anche se non se lo dicono nemmeno allo specchio.

Non mi sono fatto furbo. Evidentemente sono bacato, forse questo dipende dalla poca ambizione, come dicevano i più stupidi tra i professori a mia madre secoli fa, o come suggerivano -senza strumenti per argomentare l'inciso aggressivo- alcuni tra i miei responsabili nei supermarket della suggestione da centro abbronzante dove ho lavorato per mangiare.
Non berrò mai il liquore Strega in giacca marrone, al di là dei meriti.
Pazienza.
E sicuramente non vincerò mai il premio “Il tendine di Pantalassa” per libri editi da piccoli editori di sinistra.
Gli editori di sinistra non esistono, mettetevelo in testa.

©Luca De Pasquale 2017