20/11/17

Un incontro nella ridotta notturna


Benché fosse già primavera, la notte sarebbe stata lunga, uno spazio di tempo pressoché illimitato; prima dell'alba potevano succedere tante cose, esattamente Drogo non era in grado di specificarle, ma certo lo attendevano parecchie ore di incondizionato piacere. Aveva cominciato infatti a scherzare con una ragazza vestita di viola e non era ancora mezzanotte, forse prima del giorno sarebbe nato l'amore...”
Dino Buzzati – Il deserto dei Tartari

Non sento niente e sento troppo.
È sempre stato così.
Non riesco a capire che sapore ha la mia bocca. Sembra amaro e poi vira verso il troppo dolce. Non mi sono mai capito a fondo. La guardo e non mi accorgo nemmeno di come è vestita. La guardo, scompaio nella scena, riappaio quando smette di parlare. Dico quello che penso e sento, ma è probabile che sia la scena a parlare, la notte attorno, le finestre che sbattono per il vento, i lampi sul mare che pochi distinguerebbero dai fuochi d'artificio di una sera di festa.
Scompaio e riappaio nella conversazione, ma anche dentro di me. Ci sono e non ci sono, come sempre. Voglio e non voglio, come sempre. Costruisco e rinnego, mi faccio piccolo ma il senso di presenza breve nel mondo è gigantesco e allora mi perdo di nuovo.
Tutto quello che ho vissuto fino a questo momento conta molto e al tempo stesso niente. Non ripeto gli errori, non ricalco le gioie. Non confondo nomi, storie, odori, progetti. Non mi porto avanti nel passato e non mi rifugio nel futuro. Sono una serie di “non” che valgono come monumenti da abbattere, orizzonti da chiudere in fretta e rendere souvenir per gli attimi di silenzio che seguiranno.
D'inverno, mi piace avere una sciarpa davanti alla bocca e parlare il meno possibile. Anche stanotte. Perché ogni parola si ferma e non procede, e la mia voce sembra il dignitoso lamento di un uomo ferito sul ciglio della strada, uno che ti potrebbe dire tutti i nomi delle stelle e poi crollare su un banale calcolo matematico o peggio su una promessa.

Mentre ascolto la sua voce, mi viene in mente che tante volte ho quasi sperato di non essere ascoltato e considerato. Soprattutto di notte. Perché mi è troppo agevole parlare liberamente a luci basse, quando poi di giorno sono clandestino, inappartenente, casuale, anche inappetente. Di giorno studio come nascondermi, pur restando in piena luce. E questo lei non lo può sapere.
Quanta libertà può contenere un uomo?
Quanti significati possono avere le parole?
Cos'è parlare liberamente, se non costruire una scala nel vuoto?
Mi chiedo anche questo, mentre sento la mia voce farle delle domande e per fortuna non prevedere le risposte. Non sono domande retoriche. È solo la mia voce, senza altre propaggini. Adesso pagherei per non avere un nome e nemmeno una storia. Mi piacerebbe non avere proprio niente di spiegabile, di riconducibile. Comparire dal nulla e seguire l'istinto. Nient'altro. Senza istinto sono fregato. Senza istinto sono banale. Senza movimenti istintivi, mi sento già morto. In notti come queste, ragione, prudenza e cautela sono ferite, ricucite male e con arroganza.

Poi mi calmo. Respiro lentamente. Fumo. Non vorrei avere la bocca. L'ascolto, taccio, fumo. Sono abituato a pensarmi senza tratti. Sono abituato a sognare persone senza faccia. I migliori incontri sono quelli che si fanno nella ridotta della notte, lontani da tutti e anche da se stessi.
Poi mi scopro a dirle una verità che mi perseguita da anni: “Vorrei non avere alcun nome. Venderei la mia storia per un cappotto. Quando in me nasce un desiderio, sembra tutto così perfetto ma manca sempre un tassello fondamentale, l'azzardo del futuro. Sogno bene quando sono in prigione, in libertà rendo meno e tu questo non lo sai, non lo puoi sapere e non lo dovrai sapere”
Lei mi guarda, non mi chiedo cosa stia pensando, so solo che ricordo un brano musicale nei minimi dettagli. Ma chi sia l'autore e il titolo mi manca, parte di memoria cancellata. Non ritroverò quel brano, allora. E non ritroverò questa notte.

È iniziata molto presto. Ero poco più che un bambino quando ho scoperto che mi incantavo alla finestra a guardare le luci notturne. Mi piaceva guardare la strada deserta sotto casa, i lampioni sotto la pioggia, le insegne accese dei negozi chiusi. E mi aspettavo sempre che spuntasse dal nulla una ragazza, magari desolata, delusa o triste che avrei potuto rendere protagonista della mia notte. E che avremmo potuto condividere un momento di estrema vicinanza, di combattuta eternità, di tempo sospeso da ricordarci per sempre. Poi mio padre mi richiamava all'ordine: “Che fai lì vicino? Vieni a guardare il film”. Non avevo il coraggio di rispondergli che stavo solo cercando di figurarmi l'amore, quel tipo di amore particolare, quello tra sconosciuti, l'unico che non mi appariva minato alla base.

Se si cerca sempre libertà, se si cerca sempre di dimenticare, il futuro è imperfetto, esposto alla crudeltà, il futuro è un momento che guizza troppo avanti nei momenti di verità e sincerità, ma sarà divorato da qualche animale selvatico di passaggio. La mia fuga perpetua si serve dell'istinto, solo di quello, e per questo annulla il futuro nello stesso istante in cui lo considera.
Forse è vero che ogni essere umano prende dalla madre l'anima, e con quell'anima ereditata e derivata impara a vivere. Io ho preso un'anima ribelle, istintiva, l'ho lanciata avanti al mio quotidiano, oltre il recinto del giorno, senza neanche imparare le regole più elementari e utili.
Il bello, il desiderato, il cercato, i regali migliori del destino, sono tutte cose che mi fanno soffrire. L'istinto mi fa a pezzi e il cuore arretra. E viceversa.
Per questo, quando mi dicono che sono una bella persona finisco per essere recalcitrante, addirittura omertoso nelle risposte. Perché mi sono sempre sentito un animale notturno, forse abituato a prendere carezze da donne senza volto, una poesia senza autore, una musica senza strumenti, una richiesta d'aiuto non giustificata da nessuna concreta emergenza.
Mi sento mentre le dico che scrivere per me è una dannazione. Forse non mi crede. Potrebbe pensare che sia una di quelle pose disperate fini a se stesse. Eppure è vero, quasi incomunicabile. Mi sento anche mentre le dico che considero l'amore un'aggressione spirituale insostenibile.
Faccio la sentinella sulla ridotta est di una notte qualsiasi, la sigaretta in bocca, il cuore in mano come un sasso colorato da lanciare lontano nel mare per far sorridere una ragazza.
Non ho mai preteso altro.


©Luca De Pasquale 2017

Chiacchiere come coiti interrotti


Hai letto l'ultimo capolavoro di Elena Ferrante?”
Se ti piace tanto il jazz, allora amerai Giovanni Allevi... è un genio...”
Ma nel tuo sito su basso e contrabbasso c'è anche un angolo dove parli dei problemi della tua città?”
Conosco un intellettuale che potrebbe darti qualche consiglio”
L'unico approccio possibile alla vita è quello di essere umani, me lo ha detto la mia santona”
Da tempo non ascolto, o forse mi limito a non rispondere. La mia testa si muove pigramente in una sorta di assenso simulato per estenuazione. Lo confesso, il mio retropensiero è quanto di meno elegante si possa immaginare. Il mio retropensiero è monolitico: “Okay, adesso però vai a farti fottere, sparisci”.

Le chiacchiere stanno a zero. Di dibattere, di organizzare finti confronti in cui si finge di essere chiari e sinceri, di sorridere ai continui equivoci che sono alla base dei rapporti umani sono stanco. Nonostante quanto scritto sopra, non credo alle simulazioni e non credo nemmeno alle forme da salvare. Non credo minimamente all'affanno del consenso pro quiete reciproca. Non credo ci faccia bene fingere di essere tutti uguali, tutti assetati di giustizia, di equilibrio, di parsimonia e di saggezza. Sono convinto di essere assetato (anche) di altre cose: difformità, ombra, strade divergenti, percorso personale che non deve essere spiegato o giustificato. Sono assetato di emozioni che non finiscono poi a scaffale o sulle mensole di una cameretta ordinata, dove tutto fila liscio e dove tutto deve risultare in coerenza inattaccabile.
Non spazzo l'uscio di casa per nascondere polvere e insetti morti sotto il tappeto. E tutta questa voglia di scambiarsi ricette di vita salvifica, mi chiedo da dove provenga e a cosa porti. Neghiamo continuamente le contraddizioni, le macchie, le indegnità del vivere. Ci riesce facile parlare di “autodistruzione” rispetto a chi muore con una siringa nel braccio o soffocato dai debiti, ci impietosiamo per chi “non ce l'ha fatta” e fischiettiamo per lo scampato pericolo, ignari che la salvezza non è qualcosa che si compra con le belle parole, i buoni libri sul comodino, il voto giusto, i passatempi esperiti con “spirito sociale”.
In questo senso, soprattutto, mi rendo conto di avere profonde difficoltà di dialogo con molte persone. È come parlare con un muro, con una scatola di preservativi, con un confessionale vuoto, con un drappo che sta lì a ricordarti sacralità inapplicabili e redenzioni interrotte sul più bello, come un fantasioso coito con il vuoto.

Abbiamo una terrificante paura delle disarmonie e per questo ci copriamo di ridicolo. Non diciamo quasi mai la verità. Usiamo degli accorgimenti. Non rincariamo la dose; se lo facciamo, è solo per frustrazione e per orizzonti limitati. Si confonde la crudezza con la rabbia, altro errore macroscopico. Si confonde il desiderio di migliorare e migliorarsi con l'apertura di un ciclo proficuo generico. Altra cattiva abitudine. E soprattutto riusciamo ad arrivare all'abominio di intercettare i nostri orientamenti personali come verità assolute. Un errore che mi sono sempre rifiutato di compiere fino in fondo. Mettiamo questo periodo, questi giorni, questi mesi: sono dominato da bassi istinti, dubbi, implosioni di adrenalina e qualche volta di disgusto, mi sono contraddetto e smentito fino all'estenuazione. Posso mai pensare che questa sia la ricetta? Semmai, questa è la mia ricetta e punto, addio. Potrei mai dire a un amico sventurato una cosa come “Fai come me, fatti dominare dai bassi istinti! Si vive meglio! Ti assicuro che da quando il mio hobby è il limbo la mia coscienza è cresciuta esponenzialmente! Te lo giuro su Dio universale, che non so nemmeno chi sia ma suona bene”

Mi hanno anche chiesto se le mie storie hanno una morale. No, per niente. E non vogliono averla. Non vogliono essere un orientamento, un'indicazione, un paradigma, una metafora e nemmeno un'allegoria. La scrittura didascalica è una piaga da cui questo paese stenta a prendere le distanze. L'ossessione per i “modelli positivi” è uno dei motivi trainanti che possono spiegare la pessima narrativa dei giorni nostri e il gusto medio, influenzato dai media, da un passaparola ottuso e principalmente da una pigrizia mentale ed emotiva ingiustificabile.
Trovo che buona parte dei modelli positivi in auge siano ammorbanti e privi di qualsivoglia stimolo, anche emulativo. Preferisco i cattivi ragazzi, preferisco le anime inquiete, screziate di nero. Prediligo le narrazioni che non ti garantiscano un lieto fine che salva il pensiero e la coscienza dagli abissi.

Ti posso chiedere come ti senti dentro, non dove hai comprato la tua bella giacca. Di quello non può fregarmene di meno.
Se vai a letto con più persone, ti capisco e cerco di comprendere di cosa hai bisogno. Non ti giudico. Se invece ossequi il tuo capo o menti per convenienza allora devi sparire, non ti voglio nemmeno vedere.
Se passi le tue giornate a parlare di anima e spiritualità e poi sei un piccolo borghese pieno di vizi e di costose abitudini, devi sparire dalla mia vista, non ti giustificherò mai.
Se parli male del tuo editore e poi ci continui a pubblicarci libri, sei solo una pulce che si caca addosso e cercherò di demolirti dalla testa ai piedi, perché la tua presenza è indecoro, trastullo del nulla e vigliaccheria gusto granita.
Se hai molte rendite e giochi a fare il povero, allora mi augurerò per te la maggiore miseria possibile. Se pensi che il più grave problema del mondo sia la ristrutturazione del tuo camino, allora mi troverai nell'ombra, di notte, come un animale ferito, come uno specchio con cocci sporgenti, come la tua cattiva coscienza.
Se dici di essere “una persona di sinistra” e poi sei razzista, strafottente, snob, se in quanto “persona di sinistra” disprezzi la polizia per partito preso e poi la chiami se scippano la tua donna, non fai al caso mio, devi sparire.
Se invii i tuoi curriculum gonfiati a persone che disprezzi pur di ottenere la scodella, devi sparire.
Se il tuo concetto basico è sempre “do ut des”, non sto dalla tua parte, piuttosto l'esilio.
Se pensi che le persone meno abbienti “non hanno giocato bene le loro chances”, in me troverai un nemico, un ostacolo, un muro maestro.
Se lasci che sia il tuo Dio a suggerirti come devi pensare e come devi giudicare ciò che fuoriesce dalle tue stanche liturgie, allora io sarò l'Avversario che tanto ti infastidisce anche solo come concetto.
Se dichiari di provare forti emozioni ed è una finzione per apparire migliore, non sarà me che devi leggere o avere come interlocutore.
Se pensi che i concetti di “famiglia” e “amicizia” significhino accettare tutto, ti deluderò profondamente e faremo a meno l'uno dell'altro senza rancore.
Se provi ammirazione per un nome su una copertina e ti piace idealizzare quelli che reputi siano degli artisti, sappi che il tuo criterio è per me pericoloso e fuorviante, non potrò mai seguirti su questa strada di levate di cappello e occhi che luccicano.
Se di notte mi dici che mi ami e il giorno dopo ci ripensi, non ti lascerò fare i capricci e lascerò che il tuo divismo diventi mania, nevrosi, lettera morta, idea per vermi.

Alla fine di tutto, mi sono perso. Ho perso la strada maestra che non ho mai avuto e mai realmente desiderato.
Non sono strutturato per seguire una sola strada, un solo credo, un solo obiettivo. Sono un fesso che vive di tempeste. Non ho altro metodo di comprensione che la pelle viva. Non sono tattico, non sono accorto.
Mi dichiaro prigioniero politico. Anche se non so più di quale politica. E quali siano i miei compagni, va detto.


©Luca De Pasquale 2017

18/11/17

La bancarotta dell'anima (Tavola armonica scura)


Ricordo di come diavolo ero felice quella sera che mi ritirai a casa con una copia in vinile di “Montreux III” di Bill Evans ed Eddie Gomez. Pioveva quella sera, avevo speso tutta la mia paghetta per quel disco, avrei dovuto rinunciare alla mia uscita con gli amici. Non mi importava. Quasi non salutai i miei, mi alzai presto da tavola a cena e poi mi chiusi nella mia stanza ad ascoltare il disco fino a notte, focalizzandomi su due tracce che avrei amato moltissimo anche negli anni a venire, “Elsa” e “Milano”.
Dal mattino seguente, iniziai i miei studi -inizialmente confusi, come prevedibile- su Bill Evans, sul contrabbasso, sul jazz. Diventò la mia missione più impellente, scoprire chi fosse quel signore, Eddie Gomez, che mi aveva emozionato in quel modo. Tartassai per almeno un anno i miei “spacciatori” di dischi con domande spesso senza risposta:
Chi era Scott LaFaro? Era italiano, per caso?”
Dove si può studiare contrabbasso in questa città?”
Quanto costa un contrabbasso Pollmann? Mi hanno detto che è buono...”
E via con tutta una serie di ingenuità che ripensate oggi mi fanno tenerezza. All'epoca non c'era Internet, e non conoscevo esperti di jazz e contrabbasso. Apprendevo per ostinazione e casualità, scoprii fortuitamente cosa fosse la tavola armonica, qualcuno mi accennò a Mingus, acquistai un disco di Marc Johnson solo per la copertina e poi finii ad ascoltarlo con Enrico Pieranunzi, compravo disperatamente dischi di contrabbassisti pur di iniziare a capirci qualcosa e farmi un'idea. Facevo piccoli lavoretti per permettermi il lusso di “farmi” due vinili il sabato pomeriggio.
Uscivo da Top Music, il glorioso negozio di dischi che si trovava a Via Merliani al Vomero, con vinili di cui ignoravo praticamente tutto, tranne l'elemento fondamentale: erano dischi di contrabbassisti. Solo dopo un po' mi resi conto che fenomenali dischi in cui il contrabbasso era maestoso erano poi a nome di sassofonisti, pianisti, trombettisti. Procedevo per gradi.

Non mi piaceva molto uscire con i miei coetanei. Ero solitario, adoravo leggere e ascoltare musica. Mi interessavano moltissimo le ragazze, in compenso, alle quali dedicavo sempre qualche brano. Facevo delle cassette. Non potrò mai dimenticare l'espressione stranita di una ragazza -una della categoria “irraggiungibili”- alla quale consegnai una Maxell 90 con brani di Aladar Pege, Jim DeJulio, Giorgio Azzolini, Eberhard Weber, Charnett Moffett, Miroslav Vitous, Glen Moore e proprio Eddie Gomez, dal suo album più commerciale, “Power Play”. Che ingenuità. Pensavo che quella cassetta potesse emozionarla e colpirla, mentre eravamo in piena era Durans vs Spandau e gli U2 spopolavano. A rendere il tutto ancora più patetico, va detto che dopo aver scritto i nomi dei brani avevo creato una frase ad effetto: “Il contrabbasso è un viaggio e anche un sogno. Spero ne sceglierai almeno uno”. Un'assurda mancanza di senso della realtà, dico oggi. Penso che quella ragazza non abbia mai ascoltato quella cassetta, sarà stata buttata nella spazzatura non meno di venti anni fa...

Poi iniziai a leggere libri sul jazz. Berendt, Comolli e molti altri. Rammaricandomi sempre che lo spazio dedicato al contrabbasso non fosse più cospicuo; però iniziai a familiarizzare con nomi storici che ignoravo per forza di cose, ad iniziare da Jimmy Blanton.
Oggi penso che ho sacrificato tanto del mio tempo libero e “giovane” per leggere e studiare al di fuori dei monotoni e paludati programmi scolastici. Ero uno studente osceno, pessimo quasi in tutto, fatto salvo l'italiano. All'università pure fui disastroso, ma lì avevo cominciato a godermi la vita, e questa è un'altra storia, come avrebbe detto Lucarelli in chiusura di Blu Notte.

A chi mi chiede perché non sono diventato un musicista rispondo, a volte mestamente e altre con tono ridanciano, che ho cercato da subito di unire la passione totalizzante per il contrabbasso alla parola scritta e che non mi ritenevo capace di eccellere sia come musicista che come scrittore. Si deve sempre rinunciare a qualcosa, a volte alle emozioni migliori e più promettenti, non è vero?

Oggi trascorro la giornata in casa a sbrigare faccende e scelgo proprio “Montreux III” della coppia Evans/Gomez. Ed è così che spalanco il pentolone della memoria, squarciando il velo anche su anni di completa oscurità in cui sono riuscito ad allontanarmi dalla mia essenza al punto da trasformarmi in una tenebrosa forza retrograda, anarchica ed emotivamente dissoluta. Lunghe e dense sono state le fasi di minuziosa autodistruzione, che hanno coinvolto anche il gusto, le inclinazioni, i bisogni, i desideri, la consapevolezza, il rapporto con l'esterno, la capacità di sorridere e sventare la morte, l'atto di forza che consiste nel rendersi partecipi della propria esistenza senza sperperarla in una ricerca dissennata dell'emozione abissale, dell'ultimo amore prima della polvere, della solitudine di retroguardia da soldato senza esercito, del demone da esaltare anche quando splendeva il sole fuori.
Conosco i principi e le regole non scritte dell'autodistruzione più di quanto conosca me stesso, anche se scrivo in prima persona. Riconosco il sapore del niente che ti prende tra gola e bocca quando sorridi a qualcuno e ti arriva il mostro in petto a fare i capricci, “fatti a pezzi, sei bravo in quello tu”.
Finisce che poi ti convinci, di essere maestro di dissapori, di agguati a mezza strada tra l'amore che contieni e quello che sta per raggiungerti, finisce che prendi il gusto del disastro, dell'emozione listata di nero come un corvo che ti volteggia affamato sulla testa. Ti autonomini signore della notte e in quello spirito ricurvo procedi, cercando l'addio perpetuo, il fallimento del tuo bisogno, la bancarotta dell'anima, scegli persone di dolore per poter fallire meglio e prima, scegli strade poco battute per rischiare brutti incontri più degli altri, urli contro un Dio che neanche conosci, fai sesso per consumarti e non per godere, sfidi la morale corrente parlando di suicidio, di veleno, di tradimento, ma resta tutto nel tuo stomaco come una pappa non digerita, un boomerang di cibo rimasticato e impossibile da vomitare sul serio.

Oggi ascolto “Montreux III” e, al confronto di quel che ero, sono stato e spero non sarò, riesco a stare tranquillo, a godermi quel che amo senza farlo a pezzi. Non si tratta di un nuovo corso. Per niente. Non sono risorto, non so nemmeno cosa significhi risorgere. Risorgere da cosa? Il verbo risorgere non mi piace, lo trovo consolatorio, ambiguo, parziale. Non può rappresentare una fase in cui si riesce a vedere quanto vuoto è stato divorato dalla smania di vivere. Non è risorgere, questo. Piuttosto, mi sento un reduce e anche un coglione, ad essere sinceri. Quante energie buttate al vento, un vento neanche attraente, seduttivo. Quanti gesti rivestiti di solennità in modo surrettizio. Quante parole scritte per chi non leggeva, quante speranze camuffate da cinismo, quanti dischi e libri venduti per ricominciare ogni volta daccapo.
Non provo amarezza. No. Non provo neanche gelo interiore, che pure conosco meglio della cioccolata. Non sono innamorato di quel che ero da ragazzo e di quello che vivrò da uomo “maturo”. Non mi innamoro mai sul serio di cose mi riguardano, ho troppo buon gusto per farlo. Mi trovo in una fase intermedia della vita, recupero cocci aguzzi, pezzi di costruzioni ormai distrutte, mi faccio strada tra i miei divieti, nelle emozioni diventate rughe di espressione, entro nella camera delle streghe e faccio una strage inutile perché sono tutte mezze morte o private di ogni potere. Guardo il cielo appena posso. Mi piace quando annotta, mi emoziona quando riaccoglie il giorno. Poi è come se non ci fosse. Come il mio passato.
Giocare con i nodi è pericoloso. Accende micce. Spaventa i sogni. Mi uccide e mi fa divertire, come sempre. Giocare con i nodi e scrivere pure è un gesto che deve prevedere la conseguente confusione di ruoli. Risorto no. Non so se sono vivo più di sempre, se sono un fantasma, un assassino, un figurante, il signore stanco dell'ultimo castello fuori cartolina, se sono un visconte dimezzato, un Don Chisciotte o un semplice stronzo. Forse tutto insieme.
Di sicuro non me ne frega niente. Quello che conta è mutare l'assetto che in tanti vorrebbero si definisse in un solo modo, come una valvola, un pulsante, un pistone, un suicidio assistito di voglie che non potrò mai permettere.


©Luca De Pasquale 2017

17/11/17

La trappola delle aspettative


Mezzo pomeriggio.
Indosso il mio pullover preferito, molto vissuto, sto ascoltando un vecchio album di Franco Ambrosetti e metto in repeat “In memory of Eric”, un pezzo strepitoso con -c'è bisogno di dirlo?- Jean-François Jenny-Clark al contrabbasso. Traccia sognante, anno di incisione 1974. Avevo solo due anni. Quante cose mi sono perso in tempo reale.
Adoro questi dischi jazz dei settanta, intrisi di spiritualità quasi involontaria, si trattava in fondo “solo” di grandi musicisti che si esprimevano liberamente, senza forse prevedere l'impatto su uomini come me, ben quarantatré anni dopo. Ambrosetti a flicorno e tromba, Daniel Humair alla batteria, Jasper Van't Hof al piano elettrico e JF, gigantesco, sublime anche quando diligentemente si limitava. Nel brano che ascolto a ripetizione, la sua propulsione è densa, immanente, inesauribile. Quante perle nascoste nel jazz europeo (e non solo) dei settanta.

Darei qualsiasi cosa per poter lavorare in un negozio di dischi specializzato in jazz. Ma dovrei trovarmi a cavallo tra il 1969 e il 1977. Così non è, quindi vaffanculo all'idea di continuare a vendere dischi in genere.
Il disco di Ambrosetti, come tanti altri di quell'era, inducono alla riflessione e a un quieto giostrarsi tra pensieri e considerazioni. È musica per pensare, non è musica di asettica compagnia, non va bene per pulire casa, è troppo dilatata per assecondare pulsioni fisiche impellenti. Ci pensi sopra, sulla seta della tromba di Ambrosetti, davvero un grande musicista, e sul velluto di JF.
Sono consapevole che i rapporti, qualsiasi tipo di rapporto, si basano sulle aspettative. E questo è un atroce vizio di forma, oltre che un errore piuttosto stupido. Le aspettative uccidono l'ignoto, attutiscono la curiosità, bloccano i movimenti. Impediscono, in sostanza, lo svolgimento sereno (anche se tempestoso) del proprio destino e influiscono negativamente anche su quello altrui. Le aspettative nei rapporti sono il bel vestitino borghese cui nessuno di noi sembra disposto a rinunciare.

Sperando di non sbagliarmi clamorosamente, non ho nessun tipo di aspettativa. Nessuna aspettativa a prescindere. Giuro. Non mi aspetto protezione, affetto, solidarietà, comprensione, amore incondizionato, scintille ed eruzioni, noviluni e promesse sotto la luna. E non voglio essere molestato con lo studio dietrologico di ciò che sarebbe lecito aspettarsi o meno dagli “altri”, questa entità che in bocca, durante i discorsi, diventa sempre una poltiglia informe senza nessuna nobiltà.
Le chiacchiere su cosa sia l'amore, l'amicizia, la profondità, la differenza tra fare l'amore e fottere, il labile confine tra manipolazione ed egoismo, tutta questa roba mi deprime profondamente non appena fa la sua sciagurata comparsa tra lingua e bolo di bocche conosciute o sconosciute. Mi deprimono anche le manie religiose che finiscono per dominare i comportamenti e rendere le persone delle marionette nevrotiche e suscettibili, mi deprimono i falsi storici fomentati da convinzioni politiche basate su carta igienica neanche immacolata, mi deprimono a morte i cantori del vero amore, così ipocriti da non ammettere che la scelta del “poetico spinto” dipende spesso esclusivamente da traumi a monte, sovente di natura sessuale, e da una totale mancanza di libertà pulsionale.
Mi imbarazzano le persone cariche di aspettative; sono così fragili, ingenue e poi moleste. Giustificano il loro perenne scontento con motivazioni di paglia, fieno e ipocrisia: “sono troppo sensibile”. Vecchia storia. Anche io lo sono, ma ad un certo punto basta con gli alibi e almeno, cazzo, dispiegare le ali e andarsi a schiantare contro un sogno senza lamentarsi. Per esempio.

Sono a disagio con le regole. Persino con le mie, tante volte pedisseque, banali e basate sulla paura dell'errore senza ritorno. Sono a disagio con lo sguardo implorante di chi ti guarda pensando che tu stia per fargli del male, e questo solo perché la vita ti ha inculato abbastanza da renderti all'apparenza un disilluso, e non è vero. Per fare male, volendo, ho a disposizione solo due elementi confusi: le parole e gli addii senza annuncio. Per il resto, mi interesso ad altre cose che schiacciare chi non mi piace, un'operazione di alta codardia che nessuno dovrebbe perseguire, neanche sotto la bandiera rigida della vendetta.

Come si vive senza aspettative? Direi abbastanza bene. Si cerca di essere veri fino al disgusto, perché spesso la verità collima con il puro orrore, con gli angoli peggiori del nostro essere. Si vive alla giornata, con gli occhi aperti. Spesso si è insonni e più fragili, in dati momenti, di quelli che si proclamano vulnerabili. Arrivi a pensare anche che l'amore sia una macchina meravigliosa nata per compensare male gli squilibri. Ho amato sinceramente persone discutibili, ho dimenticato in diretta persone splendide. Ritengo di aver fatto soffrire chi non lo meritava e di aver concesso troppe possibilità a chi abusava della mia smania di credere in quella violenta rivolta che è il restare insieme, uniti e coesi, in un mondo inospitale e sciocco.
Non ho aspettative. Oltre la notte c'è il mattino, dopo il mattino si aspetta la notte. Punto. In mezzo, può accadere di tutto. Mi basta.
Non credo nel cieco credere. Non credo nel sospirato sperare. Non credo nei resort dell'anima. Non credo, e mai lo farò, nelle linee rette. L'idea di un solo credo è prigionia che finisce per annientare le menti migliori in una dogmatica ottusità che mi fa orrore. Non credo in altro che nel mattino seguente, finché potrò contarci. Credo nell'arte come strumento per non crepare. Credo negli sguardi, anche se non portano risultati. Credo che sia un dono incrociare gli occhi delle persone, e per questo non mi sento in ogni caso di ringraziare Dio o i suoi rumorosi alias.
Se mi capita di fantasticare, essendo ben conscio che morirò, posso arrivare a sperare di disperdere la mia essenza nell'aria e trasformarmi in un'arnia di fulmini a ridosso di una spiaggia deserta. Non voglio essere un libro, magari un lupo. Non voglio essere ricordato, preferisco l'idea di contare le stelle per l'eternità, prestando attenzione particolare alle lontane, alle intoccabili, alle vietate. Senza aspettative, posso guardarmi allo specchio senza trovarmi detestabile e posseduto da stimoli e ragionamenti generati dal mondo circostante e non dall'essenza, quella che non smette mai di crearmi problemi quando credo di poter stare un po' tranquillo.
Senza aspettative, il jazz, gli sguardi, il buio, la costruzione, sono cose bellissime, preziose con retrogusto di dolore. Come è giusto che sia.


©Luca De Pasquale 2017


16/11/17

Il fantasma di Angustina


“Che cosa volevi dire, Angustina? Che cosa domani?” Il capitano Monti, uscito finalmente dal suo riparo, scuote con forza per le spalle il tenente per fargli riprendere vita; ma non riesce che a scomporre le nobili pieghe del militaresco sudario, ed è un peccato. Nessuno dei soldati si è ancora accorto di quanto è successo.

Imprecando il Monti, gli risponde solo, dal precipizio nero, la voce del vento. “Che cosa volevi dire, Angustina? Te ne sei andato senza terminare la frase; forse era una cosa stupida e qualunque, forse un’assurda speranza, forse anche niente.“

Dino Buzzati – Il deserto dei Tartari

L’improvvisazione mi è sempre piaciuta. Ma l’improvvisazione può essere tale solo se ci sono regole padroneggiate da cui poter partire, per poi scegliere. L’improvvisazione come escamotage per uscire da confusioni e pantani è solo nevrotico dilettantismo. Per questo, tanti libri non mi interessano e una grande quantità di dischi finiscono con il deludermi. E questo vale anche per le persone. I sentimenti improvvisati, ad esempio, non hanno nulla a che fare con l’amore e neanche con la passione.
Così come le affiliazioni improvvise, gli abboccamenti senza vergogna, le infatuazioni generate dalla noia e rafforzate da una violenta rivendicazione verso il fallimento delle proprie aspettative.
Quest’inizio di inverno, dai colori bianchi e sfuggenti, porta con sé uno strano sentimento di attesa che mi lascia molto perplesso e che si accorda benissimo con l’ennesima rilettura de “Il deserto dei Tartari” di Buzzati, uno di quei libri che banalmente sono definiti “di formazione e cambiamento di prospettiva”.
Da diverso tempo sono stanco di vivere o subire (che non è la stessa cosa) situazioni improvvisate per necessità di onde e mutamento. Preferisco aspettare qualcosa che mi appartenga davvero, qualcosa che sia stabile nel caos e non ennesima occasione di fuga e di sconcerto doloroso.
Questa scelta può costare cara in termini di dinamismo quotidiano e di senso del movimento. Almeno inizialmente.

E così, con questo senso di attesa senza ali, questa strana postura tranquilla che non prelude al maremoto e nemmeno al riposo, ripercorro le strade della mia prima adolescenza. È ciclico questo incontro rinnovato con il mio vecchio mondo, solo che io sono sempre più fantasma in questi appuntamenti, mi rendo conto che la mia presenza è impalpabile, curiosa ma distante, perché non basata sul ricordo e non sulla prenotazione di un nuovo, improbabile, futuro. È presenza fantasma, stavolta senza condimento di dissoluzione morale, devastazione dell’io, psicotica tentazione di sparirmi da dosso con un gesto tanto titanico quanto inutile, quello di rinchiudermi in uno sgabuzzino di pioggia solida, malinconie metafisiche e tentazioni con il trucco. Cammino per vecchie strade con il mio passo ancora giovane, le mani in tasca, lo sguardo verso finestre che mi ricordano alcune gioie e diversi sprofondi, la bocca che tace verso l’aria e verso la sciocca nostalgia del mio passaggio, l’attimo precedente. Sono neutro e di passaggio in strade che mi hanno visto bambino, tempesta, stupido adolescente incazzato con il mondo e poi uomo dolente. Ho superato anche quest’ultima definizione. Non sono innamorato di queste strade, di questi scorci, eppure mi mancano. Non sono innamorato di quel che potevo essere, eppure nel mio petto sboccia ogni mattina il fiore scuro dell’errore imperdonabile, del sabotaggio conscio e inconscio di una possibile, prevedibile, piattaforma di felicità coerente.

Giorni fa mi hanno chiesto se sono nervoso, se sono arrabbiato, se ce l’ho con qualcuno o con qualcosa. No, ho risposto, solo che penso di avere dentro un corteo di cose non risolte, non chiarite, chilometri di notte interiore che cercano nuovi elementi come le persone negli aeroporti espongono cartelli. Non distinguo chiaramente i tasselli mancanti, almeno io non fingo che tutto sia sotto controllo. E nemmeno mi interessa, che tutto combaci e che tutto funzioni. Mi annoierei presto.
Entro in un bar, chiedo un caffè quasi sottovoce. Ricordo tante parti del libro di Buzzati, più di quante ne ricordi della mia vita mezza vagabonda e mezza stanziale. Ricordo la descrizione della morte del tenente Angustina, pagine meravigliose, tra le più belle e forti che abbia mai letto. Qualche imbecille userebbe il termine “impattanti”.
Forse quel che ero, quel che speravo e volevo ha patito la stessa morte poetica di Angustina, e ora, embrione di un nuovo percorso a ostacoli, mi sento fantasma dappertutto. Un fantasma curioso, che cammina sotto il muro ma senza la paura addosso. Un fantasma senza catene, forse un cucciolo di fantasma.
Bevo il mio caffè. C’è una bella donna che guardano tutti. Io non la guardo per questo motivo. Anche lo sguardo è fantasma e dunque non esige rimborsi, scintille, promesse. Esco.
Esco dal bar ed entro per strada. Esco da me e entro nei vestiti del fantasma.
Entro nelle strade di un’altra storia, la mia sepolta, per qualche attimo mi sento un vecchio strumento musicale nelle mani incerte di un musicista agli esordi. Poi passa, perché passo per un luogo che evoca lacrime mai trasmesse e ravvedimenti mai convincenti. Sento solo una lieve oppressione, ma il mio passo è più veloce del magone a tranci che si annunciava.
Non so se sono bravo a superare il mio senso di scomparsa su una corsia preferenziale inedita, quella riservata ai fantasmi. Mi piace improvvisare anche nel superamento dello smarrimento, ma devono esserci delle regole alla base.
A volte non sono così intelligente come mi avevano detto da ragazzo, e così mi ritrovo a pensare qualcosa di ovvio, “la regola è la vita, l’improvvisazione è continuare”. Sono finito molte volte, finito, non morto. Mi è capitato di sparirmi da dosso come Angustina sparisce dalla neve e dal libro. Tutte le volte che mi sono abbandonato si è spenta una piccola luce votiva nella chiesa della memoria. Quando mi abbandono mi regalo nuove opportunità, ma adesso mi piace viverle senza agitazione, senza manifesti, come un fantasma che aspetta qualcosa, e non per spaventarlo.
Purché non si tratti di altri fantasmi, ogni nuova scena sarà la benvenuta.


©Luca De Pasquale 2017



14/11/17

Giornate di merda per l'Acquario e carenza di viola


Vengo a sapere quasi involontariamente che il mese di Novembre, e più in esteso tutto il periodo di avvento dell'inverno, sarà nero per i nati sotto il segno dell'Acquario. Lento, stressante, sabbie mobili, impegni noiosi, obblighi.
Non credo nell'oroscopo, ma mi trovo.
Non è il freddo a dare fastidio, non situazioni ad incudine già conclamate e solo da accettare, quello che punge sul vivo è il sentimento di libertà mancante, un raggio d'azione rimpicciolito, movimenti farraginosi, poco armoniosi.
Che il periodo non sia dei più facili me ne accorgo dal numero spropositato di sogni notturni, tutti basati sull'ambiguità, su reminiscenze macchiate di simboliche surrealtà, sogni che mi portano verso luoghi che poi scopro non esistere, persone che si rivelano delle delusioni respiranti, più banali di come era lecito aspettarsi. Persino i sogni, si potrebbe dire, finiscono per risentire del periodo “braghe senza elastico” degli acquariani doc come me.

Sì, perché mi hanno sempre detto che io sono un tipico Acquario: insofferente alle regole, creativo, eccetera eccetera. Acquario ascendente Gemelli, un autentico disastro, aria più aria e finisci quasi per non respirare più. Colori prediletti, blu scuro, viola, nero. Ci siamo.
Sono anni che astrologi, aruspici e indovini rompono l'anima con questa storia della resurrezione dell'Acquario, del nuovo ciclo, del radicale cambiamento, e poi la cosa viene sempre differita, rimandata a data da destinarsi.
Alla fine, che sia Paolo Fox o il più seducente Rob Brezsny, l'acqua è poca e la papera non galleggia benissimo. Mi sento oppresso anche se mi chiedono l'ora. Mi sento costretto ad accettare compromessi indegni se mi propongono qualcosa che non rientri nelle mie curiosità esistenziali e nella mia voglia di empirismo a molla. Aspetto la notte come potrei attendere una principessa in una sala da ballo, vestito da dragone o da antico guerriero. Con gli anni la mia nictofilia è diventata un granducato, un reame, la notte che ho dentro è un'energia violenta, sempre affamata, irrazionale, avvolgente come un errore definitivo, un rampicante intermittente che mi legifera nel cuore, nella pancia, tra gli occhi quando dormo.

L'Acquario doc pare reagisca alle giornate di schifo con una sorta di furia selvaggia trattenuta, il che è un controsenso. Ma capisco, ammesso che sia effettivamente così, che significa un approccio del genere. Mi vedo costretto a sedurre le mie ore morte, tendere agguati alla mia capacità di ascoltare e vedere, devo accendermi il fuoco sotto i piedi e trovare un senso a tutto il percorso fatto fin qui nel bel mezzo della notte, quando tutto è bianco, quando gli oggetti si rivestono di effetti inediti e sembrano chiederti una pace nuova, fatta di respiro regolare e nessun precipizio a portata di mano.
È una vita che finisco a guardare gli altri che dormono, mentre mi interrogo come una macchina di dubbi e rischi gratuiti perennemente accesa. Conosco i veri colori delle case che abito, perché le vivo di notte, con una luce diversa, senza il sole a sporcare e a creare ombre non veritiere. Conosco l'ubicazione esatta dei lampioni stradali, osservo ammirato la loro capacità di attirare falene e pipistrelli, conosco gli orari degli amanti clandestini e il loro modo di salutarsi frettolosamente, conosco il sapore diverso delle sigarette quando non parli da ore. Di notte torno spesso ragazzo, e mi è più facile capire perché invecchio, da dove vengo, sono riuscito persino a darmi delle spiegazioni sul perché amo case vecchie, spesso trasandate, con tante cose che non funzionano. Mi trovo a mio agio in ambienti scarni, dove le comodità non sono al primo posto delle esigenze, dove non c'è nulla di “carino” e sfizioso da mostrare e mostrarmi, le mie case sono sempre dei maledetti alberghi che resistono alla mia smania di essere altrove a seconda di vari fattori, incluso magari l'oroscopo di quell'anno.
Le mie case somigliano a quella affittata da Daniele e Monica ne “La prima notte di quiete”. E questo accade da molto prima che io vedessi per la prima volta il mio film dell'anima. Una strana risonanza.
La verità è che facciamo più caso a quello che ci somiglia, e anche a chi sembra somigliarci nella sua ricerca interiore e non solo. Per questo, tante volte incorriamo in errori marchiani e penosi che ci fanno intravedere in blande comparse i compagni di strada di un'intera esistenza.

Tante volte mi sono accorto di cercare negli occhi delle donne una sorta di diagramma malinconico un po' nascosto, e quando capitava che gli occhi presi in osservazione sprizzassero improvvisamente una luce che reputavo fatua, tutto finiva immediatamente. Immediatamente, senza mai ritorni. Non ho mai cercato allegre compagnie, di cui non sapevo cosa farmene e neanche come valorizzarle il giusto. Forse, il punto di partenza dev'essere sempre quella silenziosa malinconia pronta a mettersi in gioco. Con tutti, ovunque, senza scampo. Altrimenti, i binari saranno diversi, come i colori del viaggio.

Giornate di merda per l'Acquario. Oramai è un dato acclarato, inutile scalmanarsi per invertire la tendenza. Dov'è il viola? Dov'è il blu scuro? Devo per forza aspettare che passi la mezzanotte?
Vorrei vestirmi di viola e blu scuro tutti i giorni. Vorrei che nessuno mi chiedesse mai più l'ora, cosa mi piace, dove vado e pure quali sono i miei dischi e libri preferiti, sono domande oziose.
Vorrei cambiare case come camere di motel, vorrei affacciare su scene notturne, cedendo al panorama una larga parte della mia notte interiore. Sono insofferente ai movimenti lenti, sono insofferente alla quiete che mi chiede di essere spedita come rassicurazione a chiunque sia nel raggio del mio cuore. La quiete non è una cartolina, è un sogno veloce, ambiguo e con troppo poco viola dentro.


©Luca De Pasquale 2017





13/11/17

Citare Hermann Hesse senza averlo letto, fotografare l'anima su Instagram


Che brutto vizio, quello della citazione ad effetto.
Impazzano ovunque frasi di Hermann Hesse, Antoine de Saint-Exupéry, Richard Bach, Nazim Hikmet. Scendendo di livello, si citano Fabio Volo e i suoi tragici, inconsistenti epigoni. I più ribelli(stici) si prodigano nella solita mistura insapore di Bukowski, Henry Miller e qualche scrittore noto ai più solo per essere un veemente e dissacrante individuo. Il tutto, senza quasi mai contestualizzare; ancor di più, senza avere nemmeno le physique du role. Davvero, alcuni citazionisti spinti sono davvero improbabili, in tutto: nell'andatura, nella postura, nello stile di vita, nella drammatica idiosincrasia tra più coerenze bucherellate affastellate insieme alla meno peggio.

Tutti a parlare di anima. Magari la frase, roboante e ricopiata da qualche sito specializzato in citazioni-sveltine, campeggia sulla foto di un tramonto, di una corsa mattutina, oppure c'è qualche delizioso animale da compagnia a intenerire i duri cuori dei maniaci social.
Grotteschi ragazzotti con la tartaruga scolpita, palestrorsi e incapaci di leggere un libro su un divano senza postare qualcosa ovunque a gettito continuo, parlano di anima, di spirito, di libertà, della necessità che ognuno di noi avrebbe di amarsi, amare se stessi per amare gli altri per poter riamare se stessi e poi innamorarsi degli altri e poi fare l'amore con forza e dolcezza come i figli di Apollo, o forse di Apelle.
Instagrammari in love. Istruttori di cibo naturale e meditazione in movimento che stanno lì, a dirti che loro hanno letto Hermann Hesse e che sono sì nerboruti e virili, ma hanno un'anima che concepisce l'anima. Devastante.
Un'autentica melma che mi è diventata insopportabile, che risveglia in me i peggiori istinti di intolleranza, fastidio non dissimulabile, totale sconforto nella capacità di alcuni miei simili di non lambire e oltrepassare il ridicolo involontario.

Per chi crede nell'anima, quando la sera tocca i gabbiani che sono nel nostro intimo volo, i compagni di ventura di un sogno che ha il tuo nome”. Firmato: ragazzo con barba taliban e maglietta due misure meno del suo torace. Firmato anche: scrittrice che da anni scrive la stessa storia di amore infelice e ci vuole convincere che il “dolor d'amore” significa essere un passo avanti ai dormienti.
C'è gente che pensa che soffrire sia un hobby che rende nobili e interessanti. Una disgustosa strumentalizzazione di un sentimento/stato che invece prevede e deve prevedere anche l'orrido, l'inconcepibile, il detestabile, l'indegno. Non certo ali di gabbiani, tramonti costosi e mani intrecciate sui divani di un locale alla moda. Uso vergognoso della creduloneria altrui e della voglia crescente di tanti di sentirsi consolati, capiti e di sentirsi dire “tu sei bellissimo perché soffri”. Molti si sono convinti di poter amare solo gente che fa soffrire, perché nel tormento si vive una spanna sopra la media. Una buffonata sesquipedale che sta facendo danni a diverse latitudini. D'altro canto, l'Italia è il paese dove tutti si inventano scrittori e saggi motteggiatori, cosa costa prendere anche il patentino per parlare d'anima, magari in presenza di una colite o di una vescica plantare?

Si badi, la mia non è nemmeno indignazione. E non è snobismo, che in ogni caso non saprei neppure dove poggiare. È qualcosa di molto vicino alla nausea, una nausea leggera ma non per questo meno seccante. Sono stufo di molte parole che mi ronzano attorno come mosche: spessore, profondità, percorso, tossine, rinnovamento, confronto, democrazia, zavorra, livello, ingegno, grinta. Mi infastidisce l'uso abbrutente e simbolico di queste parole, mandate a spasso nell'etere con un valore pari a quello di salviette intime da viaggio e improbabili chiavi di volta per una felicità palafitta che crollerà miseramente alla prima semplice bufera di vento.
Forse il mio fastidio va di pari passo con le libertà che mi prendo, sempre più, in nome del mio rendermi conto di non avere niente da perdere e tutto da rischiare. Sta di fatto che il gioco della profondità ad ogni piè sospinto mi fa venire l'orticaria e che quel fuoco finto da camino che le persone si accendono in petto evira le mie fantasie, mi spinge in polverosi angoli di noia dai quali devo fuggire a gambe levate, senza guardare in faccia a nessuno.
Non ho mai pensato che la mia propensione alla sofferenza mi rendesse più accattivante agli occhi di qualcuno. Non è vera sofferenza, mi sono sempre detto, se non contiene le necessarie dosi di distanza e di dolore sordo, quindi incomunicabile. Il dolore che ho dentro, scuro, grumoso, notturno e senza sponde giocabili, non è commerciale, non mi rende le cose facili, anzi complica tutto e rischia di sospingere il corso dei giorni verso una marginalità che può recidere le arterie, scomporre i sogni, trasformarmi in un brutto anatroccolo seduto a una scrivania con gli occhi smarriti nella stella che non si vede più.
Vale il concetto da associare ai film di Valerio Zurlini: sono bellissimi da vedere, ti lasciano senza fiato, ma se ci sprofondi dal vero, nel tuo vivere, la dimensione di fiaba stupendamente disperata muta in conato di eternità che ti rimane in gola, il vomito del bel morire che resta in te, a inacidirti, a imbruttirti, a farti paradigma di tentativi abortiti sul nascere. Non sono belle le fiabe disperate che durano anni, persino il vento si imbruttisce, e baciarsi di nascosto non è più un oltraggio al male ma un gesto inerziale destinato a finire sul banco di un mercato invernale mezzo deserto.
Per questo aborro le citazioni speranzose, estrapolate con freddo calcolo di rimbombo nella pancia altrui, magari passepartout per un amorazzo con le lingue calde e qualche bella foto da condividere con assoluti estranei che scriveranno commenti imberbi e svogliati.
Mi sento un investigatore solitario, in questi primi giorni d'inverno. Un investigatore non adatto ai gialli in voga e nemmeno ai noir che non si girano più da troppo tempo. Ho riletto diversi libri di Thomas Bernhard che custodivo gelosamente nella teca rotta dei ricordi difficili, sono testi che incidono la carne senza che zampilli il sangue. Le parole di Bernhard ti lasciano sfinito, posseduto da un gioco al massacro, quello di guardarti allo specchio e trovarti uguale a sempre, mentre in te si squarciano fontane scure che ti faranno perdere acqua, sonno, pezzi. Non citerò Thomas Bernhard. Non mi va più di citare, sia pure con timida cautela, gli scrittori che amo. Non vorrei che si pensasse che mi piace giocare con l'anima -direi piuttosto con la sua scatola senza istruzioni- come potrei gingillarmi con un videogioco, con il cazzo, con il dolore di qualcuno che voglio superare nella corsa a chi soffre di più e a chi si nobilita maggiormente con la farsa del crollo interiore già voglioso di riscatto.
Se dobbiamo cadere, facciamolo sul serio. Senza compiacerci di quello che viene dopo il dolore. Senza prendere gusto alla caduta per il vezzo di poter parlare di rinascita e magari miracolo laico.
Cadendo ci si straccia, Bernhard ce lo ha insegnato. Non si diventa più fotogenici e più credibili in luoghi non deputati alla condivisione delle tenebre, che è semplicemente impossibile e meriterebbe la gogna del più perfido degli spettri da camera interna (dell'anima).


©Luca De Pasquale 2017





12/11/17

Le notti del pioppo nero


In tutti i monolocali dove ho vissuto è regnato, quasi sovrano incontrastato, il suono del contrabbasso e dei miei contrabbassisti prediletti. Dopo una certa ora, rientrato dal lavoro, non c'era attività, tanto quieta quanto agitata, che non fosse accompagnata da Gary Peacock, Dave Holland, JF, Mingus, Barry Guy, Scott LaFaro, Ron Carter, Paul Chambers e tantissimi altri.
Prendiamo l'esempio del suono quasi ultraterreno di Gary Peacock, il suo suonare un solo perpetuo, corde, legno, respiro, rischio, colori, profondità, passione. Ci sono state sere e sere in cui il mio umore, il mio spirito, sono stati letteralmente salvati da quel suono unico e irraggiungibile.
Le cose migliori che ho scritto hanno avuto spesso il sottofondo di Gary Peacock e poco altro. Le mie notti migliori sono state precedute e chiuse da quel raccordo di legno e anima.
Non ho mai ascoltato rock di notte, a meno che non mi sentissi profondamente arrabbiato per qualcosa. Per la dimensione estesa ed elastica del buio, il suono del contrabbasso è l'ideale, e il suono di Gary Peacock in particolare è un mare così sconfinato da poter custodire e cullare un numero imprecisato di ore con poca luce.
Considero il suono un innesto tra magia e destino, non un passatempo, non un semplice accompagnamento. Il suono deve incastrarsi con i sentimenti, con le sensazioni, deve volare sotto i sogni, inerpicarsi dove la volontà getta la spugna, dovrebbe lambire e pungolare il dolore per consentire alle camere murate di prendere finalmente aria e qualche raggio.

C'è un album di Gary Peacock, “Shift in the wind”, uno strano lavoro dalle gemetrie irregolari e dai suoni rarefatti e destrutturati, pochissimo considerato dalla critica, che adoro. Un album che mi ha tenuto compagnia in due viaggi tristi, lontani tra loro e dai significati diversissimi. In uno, avevo perso qualcuno in assenza e dovevo tornare per rendermene conto; nell'altro, avevo perso un amore e non avevo versato una sola lacrima, dunque stavo male più della consacrata liturgia.
Tutti i dischi dei “miei” contrabbassisti sono pezzi animati della mia vita, sono viaggi essi stessi, viaggi perpetui e sempre differenti, come il solo perpetuo di Gary Peacock.
Ho sempre cercato il suono e non il virtuosismo, l'essenza e non la rappresentanza. Considero il contrabbasso come un'enorme ombra di seta che può circondare il mio noto e l'ignoto, una mano immensa e misteriosa che può regolare il sonno, la veglia, l'attesa, lo sconforto, la nostalgia e un numero considerevole di desideri che non posso e non potrò mai confessare.
Nelle mani di geni come Gary Peacock, lo strumento è insieme leggiadro e corposo, rifugge definizioni, luoghi comuni, vibra oltre il contesto che ne richiede la presenza, mai ingombrante come la sua leggendaria mole. Il suono, non l'accademia. L'improvvisazione, non l'esibizione preconfezionata da mani spellate e respiro sospeso. L'amore, non le teorie sull'amore.
Il mio è un amore profondo, una devozione che si nutre di ricerca continua e non di ossessione, altrimenti non mi interesserebbe più. Ottobre è stato il mese in cui finalmente mi sono deciso a riascoltare quei dischi di Gary Peacock che sembravano ormai più delle chiavi per riaprire cassetti sigillati e dolori disconosciuti. Sempre una meraviglia, sempre il meraviglioso affanno di un percorso che non finisce mai quando il disco si ferma, anzi; il silenzio successivo spalanca porte, mondi, domina tempeste senza domarle, mi porta allo specchio, coraggioso e stanco, mi spinge a confessarmi, senza eccedenza di vergogne, che sono ancora in piedi, sono ancora fuoco.
E il fuoco non si dichiara mai tale. Ma questa è un'altra storia, è un'altra notte che ora dorme.


©Luca De Pasquale 2017









Dolce autodistruzione con spolverata di cacao


Non so quanto è durato quel periodo della mia vita in cui ho cercato di parlare di ogni cosa, di essere capace di discutere ad ampio raggio su tutto, cercando di assecondare i miei interlocutori, occasionali e non, con una compiacenza “adattabile” che non fa parte del mio carattere e del mio modo di essere.
Non è durato molto, come tutte le costrizioni che mi sono trovato davanti. Era frustrante. Molto frustrante e anche spiacevolmente idiota, tentare di essere un jolly in qualsiasi contesto.
Credo di essermi svegliato un giorno di diversi anni fa, finalmente, e di aver mandato a farsi fottere tutti quegli artifici, quella volenterosa timidezza, quel modo morbido e improduttivo di celare la propria personalità.
Ho deciso che non avrei più simulato interesse e partecipazione per digressioni su ristoranti e pizzerie, balli latini, viaggi della speranza, restrizioni alimentari travestite da libertà dello spirito, deliri politico-religiosi degni di uno strippato, inauditi shitstorming con bersagli mobili, il più delle volte per triviali questioni di invidia.
Ho iniziato a rifiutarmi di perdere tempo a rispondere anche solo “ah, sì? Dici davvero?” a qualcuno che, per esempio, mi informava di poter mangiare solo farina santa per motivi etici. Ho deciso di rispedire al mittente quella filosofia di merda che consiste nel dire “non sai che ti perdi” a chi non condivide le tue stesse manie e abitudini. Forse io perdo tanto non mangiando pesce fresco sul litorale, ne convengo, ma anche tu perdi tanto a non infilarti un dito su per il culo. Ecco la filosofia personale che ho messo in pratica negli ultimi anni della mia esistenza.

Cos'è in fondo la marginalità? E il non sviluppare argomenti universali, il non essere presentabili e in grado di cacagliare cazzate di sgualcita buona volontà ovunque si faccia presenza, anche al telefono.
Un'altra mia inutile battaglia consiste nel dare alle cose, agli atti, alle idee, il nome esatto, la descrizione fedele senza abbellimenti. L'amore è amore anche quando è malato, un rapporto anale con un partner sconosciuto è un'altra cosa. Punto e chiusa la vicenda.
Amare il genere umano è un fatto; amare il genere umano per quel che se ne può ricevere in cambio è un'ignominia imbevuta di ipocrisia stantia e purtroppo indistruttibile. Quando mi sono accorto di tenere in piedi dei rapporti e delle situazioni solo perché potevo aspettarmi qualcosa (un posto di lavoro, una chiamata per una collaborazione, una lingua in bocca, dei dischi in regalo, un pensiero a Natale), ho fatto in modo di demolire tutto l'impianto che sorreggeva malamente quei simulacri di “corrispondenze umane”. Mi piace lo sbaraglio, mi piace il senso di distruzione per ricostruire meglio e altrove. Mi piace fare piazza pulita, ammutinarmi, strappare i galloni e i badge aziendali, mi piace non rispettare i baroni che se lo aspettano, mi attrae più del sesso lo scompiglio, la nuova mattina dello zero che prende il primo sole, mi eccita addirittura l'impresa sconsigliata, fuori traiettoria, con i radar impazziti e la sconcertante, ingiustificabile assenza di un qualsivoglia organismo divino a vigilare.
Un numero incalcolabile di volte mi sono sentito dire “se continui così, rimarrai solo”. E con questo? Se così fosse, che senso ha la compagnia coatta e sotto sforzo?
Non si tratta di essere contrario per partito preso, qui è in ballo la sopravvivenza dell'interiorità, la sporca purezza che ci illudiamo di trattenere con le nostre battaglie avventate, senza applausi, magari sputandoci in faccia ogni mattino per le incoerenze che non riusciamo a gestire, essendo, appunto, “solo” degli esseri umani.

Perché non orienti il tuo blog verso contenuti con più mercato? Potresti anche guadagnare qualcosa con dei banner pubblicitari, qualche editore ti potrebbe notare”.
Sì, ciao core. Nessun editore con un po' di cervello in testa andrebbe a spulciare dei blog, men che meno uno che abbia “l'orientamento” che il mio palesa in modo spero chiaro. E poi, ci sono in giro tanti di quei guitti che uno in più non farebbe alcuna differenza. Come isola con pochi confini forse posso avere ancora un senso, come ennesimo guitto sarei ancora più orrendo e compromesso dei modelli di conio.
Non sono un “giovine scrittore” ossessionato dal salto di qualità popolare, sono un uomo, professione uomo e basta, di quarantacinque anni che le ha date, le ha prese, si è innamorato, ha tradito ed è stato tradito, ha guadagnato poco ma si è mantenuto da solo per vent'anni, ho le mie idee come le mie deludenti tare e non confido in un tale sovvertimento che possa rendermi improvvisamente un fiore di campo. Sono corrotto da tanti anni, mi sono abituato. La purezza è l'obiettivo dei coglioni.
Scrivi cose impopolari”, mi ha detto un conoscente. No, non è solo questo, cocco bello. No. Più dei contenuti, conta il fatto che nessuno ti conosce, nessuno sa (e vuole sapere) chi tu cazzo sia e cosa cerchi di comunicare. Non sei oggetto di passaparola, non sei ambiguo, non sei astuto, in fondo sei di vecchio stampo, cerchi di tenere anima, corpo e cervello rivolti dalla stessa parte, ed è chiaramente un indecoroso errore di calcolo. Poi, il talento, reale o presunto, è solo un optional, una parola ormai da talk show, una parola che sarebbe preferibile usare per posizioni sessuali o prove di cucina con due soli ingredienti.
Non impazzisco per gli eventuali mancati riconoscimenti alla mia persona e alle mie inclinazioni artistiche. Non accumulo stress e non perdo fiducia nel mio modo di andare avanti. Non sono costretto a scappare ogni tre ore in bagno a masturbarmi per allentare la tensione e sciogliere i grumi d'odio presenti nel mio brodo. Ciò non toglie che credo di sbagliare in continuazione, almeno riesco ancora a pormi la domanda, “ma cosa stai facendo? Chi cazzo ti credi di essere? Pensi davvero che il mondo possa minimamente interessarsi alle tue guerre senza speranza?”
E mi dico anche che se non riesco a toccare le corde giuste della commozione, dell'empatia, dell'universalità che fa riflettere, quello è un mio difetto di fabbricazione che non può essere realmente modificato alla radice, pena il diventare ancora più marginale, scivoloso, non comunicativo.

Ogni mattina, da alcuni anni a questa parte, vado a leggere i dati del mio blog. Certe note che non mi piacciono vanno bene, altre in cui ho messo l'anima e non solo quella, e che stranamente mi piacciono, possono andare di merda. Questo è il gioco, bellezza. Ci vestiamo di tutto punto per un appuntamento sentimentale e la nostra preda ci troverà disgustosi, magari per l'unico dettaglio trascurato. Oppure ci presentiamo con la barba sfatta, devastati da qualcosa, con le mutande bianche e la t-shirt con un leggero alone di sugo e ci capita la più sconvolgente breve tratta sessuale mai generata in nostro nome. Inutile fare programmi, inutile agghindarsi per il vuoto, inutile e deprimente trattare la scrittura come un organo genitale da far librare nel cielo per suscitare un'impressione e morsi sulle labbra di voglia. Inutile tentare la sorte pregando quel che non si vede. Inutile soppesarsi per migliorare nella bocca e nel cuore degli altri. La battaglia che ci renderà famosi non avverrà, dobbiamo solo imparare a muoverci con eleganza e fedeltà alla causa nella nostra Fortezza Bastiani, sapendo che forse il nulla ci coglierà di sorpresa quando inizieremo a sorridere a un nemico degno, a un amore sospirato, a una fine che non sia solo pulviscolo e oblio perpetuo.

Stamattina sono uscito. Una passeggiata sotto un manto di cielo estivo su asfalto invernale. Le donne profumavano. Quasi tutte. Forse andavano a degli appuntamenti di baci, carezze e banalità sopravvalutate, almeno dal punto di vista verbale. Ho dato dieci centesimi a un mendicante scusandomi. Mi sono fatto la barba senza motivo, come se dovessi andare a un colloquio: la mia faccia bianca e infastidita non mi è piaciuta. Non ho comprato il giornale. Ho fumato tre sigarette senza sentirne il sapore. Ho guardato il sole giocare sul mare, rifrazioni e linee che sembravano musica, mi sono sentito perso e deciso a giocarmela. Mi sono sentito uno senza niente di particolare da dover tramandare, e questo mi ha rasserenato. So che il mondo non aspetta né me né le mie parole, il mondo mi accoglie e io non sarò mai la marmellata delle paure altrui, la mia presenza tra i palazzi, le persone, le note, le pagine e gli amori è un fantasma senza cartellino di riconoscimento, è una sfida a chi non sa di essere stato sfidato.
Non sono atteso nella sala degli specchi con giudici, re, regine e valvassori. Non sono atteso neanche dai miei affetti scomparsi sulle sponde del nostalgico nulla che onoriamo con il nostro sordo dolore. Non sono atteso in genere, e questo mi rende libero di vivermi, concludermi e distruggermi a mio piacimento, senza il terrore dell'isolamento addosso.
Altro che orientare il blog.


©Luca De Pasquale 2017