18/09/17

Il volo nello specchio corrotto


Da diversi anni sento la mia libertà personale restringersi, i miei spazi assottigliarsi, i sogni diventare leggeri come suole di vento. Un inesorabile cammino verso la riduzione del “bagaglio di sogno”, come mi piace chiamarlo.
Lo percepisco nei discorsi che faccio io stesso, nelle frasi che mi vengono rivolte, nell'atmosfera -misto di sconfitta, ribellione e utopia- che respiro con i miei migliori amici, quelli che considero i veri fratelli, la vera famiglia, quella che ti sei scelto e non quella in dotazione.
Mi esasperano gli obblighi, le forme in uso, gli accomodamenti, il fare buon viso a cattivo gioco, il simulare quella superficiale fattività dimostrativa che sembra piacere tanto ai collezionisti di impulsi migliorativi.
Bastano due parole dette male, le formulette di sopravvivenza, l'amichevole strafottenza delle idee fisse, per farmi sentire prigioniero di situazioni che non voglio vivere, in compagnie che non devono annoverarmi, in contesti dove insisterò fino all'ossessione nel considerarmi pesce fuor d'acqua e ammutinato.
Mi aggrappo alla libertà di espressione e di fastidio, aumento i giri di quel potere surreale che è l'assenza, mi auto-esilio prima di incorrere in fustigazioni che non concepisco e in divieti che mi vedono all'opposizione strenua e perenne.
Sono nato nel 1972. Non ho vissuto personalmente l'era delle grandi lotte, ma prestissimo ho iniziato le mie. Perdendole quasi tutte, orfano da subito di uno spirito collettivo che pure ho cercato. Disperatamente cercato.
Da piccolo sognavo di lottare per un ideale allargato, umano, totalizzante e giusto. Ero pronto a sacrificarmi in qualsiasi modo. Ma davvero presto mi sono scontrato con un mondo che non conoscevo, quello dei timbratori di cartellino di una normalità usurante e tranquillizzante al tempo stesso.
Non esagerare”, mi dicevano gli adulti, “che poi rimani da solo”.
La sapevano lunga la canzone; mi stavano avvertendo.
Non sono stato a sentirli e non sono pentito di nulla. Non ho nessun rimorso e nessun rimpianto: ho fatto quel che sentivo, sono stato quel che credevo, fino in fondo, fino a perdere le partite senza scendere in campo, sorvegliato a vista in un albergo, in un rapporto di coppia, in lavori di merda che detestavo ma mi davano da vivere.

La mia libertà personale, quel che ne rimaneva, è stata messa ancora più in discussione da controllori amorosi, amici che cambiavano e si imborghesivano sempre di più, fino allo sfinimento delle vecchie buone idee. L'idea di entrare in contesti intellettuali vivi si è andata a schiantare contro le tante piccole cose di cattivissimo gusto di chi, come me, cercava una via espressiva. Ho capito presto che tra scrittori, editabili e non, il mantra era incularsi con garbo, farsi le scarpe non togliendosi il contatto; e anche nella musica, presto mi sono trovato a fare i conti con ributtanti gare di possesso e snervanti maratone nozionistiche che non portavano a nessun risultato collettivo, d'insieme. Tante individualità tutte prese, me compreso per tanto tempo, dall'affermazione di sé, da una prosopopea poggiata quasi sempre solo su vaghe intuizioni da fumo negli occhi.
A scuola, all'università, nelle famiglie, a lavoro, in tanti amori e amoretti, non ho trovato la libertà che cercavo, l'ambiente che mi auguravo, e soprattutto non ho trovato qualcosa di fertile e in movimento. Paludi, stagni, nevrastenie travestite da complessità, istinto da predatori alfa e comportamenti da conigli.

Spaesato e anche sorpreso, ho iniziato a pensare che dovevo fare tutto da solo e seguire la mia strada. Ho iniziato a prendere tutto quel che mi ostacolava come pretesti per guerre private senza esclusioni di colpi; ma non posso negare di aver pensato, in più di una occasione, di avere a che fare principalmente con fantasmi e cavalli tartari di buzzatiana memoria.
Fuori asse, contro l'asse, deciso a schiodarla, mai sull'asse: e questo si paga, che sia giusto o no.

Molto ha contato la mia esperienza pluriennale nelle aziende private. Sono dei luoghi-non luoghi dove gli individui, già di loro deboli e plasmabili, sono spinti a divorarsi l'un l'altro, spiarsi e regolarsi sui comportamenti più apprezzati. Per una differenza reddituale di cinquanta euro si è capaci di fare profondamente schifo; per un biglietto omaggio per la partita del Napoli si è capaci di promettere mari e monti e fotografare il proprio lavoro in corso d'opera, apponendoci la didascalia inquietante “hai visto come mi sono impegnato e come sono diverso dagli altri?”
Per un po' devo averci provato anche io e sono sicuro di essere stato patetico. Una volta ho venduto in una settimana venticinque copie di un cd degli Opeth (cifra incredibile se rapportata al contesto di vendita) e sono andato dal mio capo a segnalarglielo. Non volevo dire “guarda come valgo”, piuttosto “se certi prodotti di qualità si spingono, hai voglia come vendono”.
Per tutta risposta, il mio responsabile dell'epoca (???) mi guardò davvero come se fossi uno stronzo canino con occhi, naso e bocca e biascicò una mezza frase del tipo “bravo, e ora torna al lavoro”.
Reagii subito. A modo mio.
Venne in reparto, pochi minuti dopo, una signora che mi chiese chi preferissi tra Fedez e l'ennesimo indegno prodotto della scuderia De Filippi.
La mia risposta fu lapidaria: “Non è musica signora, è marketing populista”.
La signora acquistò entrambi i dischi, la vidi ancora ma non tornò mai più da me.

Per fortuna, sento di non dover neanche più provare a fingere. Non aveva senso prima, figuriamoci adesso.
So che lo stato di necessità dovrebbe costringermi a miti consigli un po' in tutto e con tutti, ma non fa parte del mio carattere e del temperamento. Non posso e non voglio inventarmi bipartisan, politicamente corretto, accomodante e soprattutto furbo e con le antenne drizzate in cerca del colpo di fortuna. Non ci vuole poi molto, sapete. Basta non esprimere mai giudizi, per esempio. Ma anche simulare stima universale per chiunque possa essermi, anche alla lontana, utile. È tutta una questione di atteggiamento, molto più che di sostanza.
Ho imparato infatti che conta più mostrarsi predisposti all'amore che poi amare sul serio; e che serve più dimostrare il movimento che dargli -ammesso ci sia- un senso.

È difficile spiegare questo sentimento di sconfitta. Non solo agli sconosciuti. Perché è un sentimento che non si compiace e non cerca complicità, semmai è una scintilla per trovare il fuoco laddove nessuno andrebbe mai a cercarlo. Forse nella malinconia, nelle strade bagnate al mattino, in appartamenti che hanno conosciuto la morte e la rinuncia, in storie che sono bellissimi libri senza copertina e senza rilegatura.
Tra poco arriveranno le lunghe notti invernali, da me tanto agognate. Saranno impegnative. Dovrò lottarci, anche domarle. Stanotte alle due ascoltavo “Relayer” degli Yes, come se fosse la prima volta. E invece è un album che conosco a memoria, soprattutto dalle parti di Mr. Squire. Per quaranta minuti e trentuno secondi mi sono sentito in viaggio nella notte, a cavalcioni di Relayer. Un concetto molto “progressivo” della fantasia e della resa dei conti con se stessi.

La libertà mi scivola da dosso, va a formare una pozzanghera dove troveranno sosta i miei sguardi da consumato personaggio fuori concorso.
Perdo molliche di libertà e di autonomia ogni giorno. E allora ho davanti a me un bivio caotico: le scelte possibili sono varie. Anarchia, silenzio, morte, sudiciume morale, eccessi sessuali, vendette confuse, suicidio, conversione da fuori conio a moneta corrente, tradimenti come visite dall'estetista, lotta armata in sparuti gruppuscoli di fallimentari avanguardie, scrivere un bel libro nostalgico sulla mia città, violenza verbale, populismo, illudere qualcuno fingendo di essere bello dentro, rinnegare definitivamente la mia famiglia, tornare allo scaffale dell'Armagnac, andare a piangere sulla tomba di mio padre con dei fiori di campo nella mano sinistra, credere nell'oroscopo dell'Acquario, deludere tutti sul più bello, come amavo fare da piccolo. E si potrebbe continuare.
O forse, scrivere delle cose serene e finalmente vendere: sdoganarmi. A questo rispondo subito con un serenissimo “che si fottano i serenisti”.
A librarsi nel cielo azzurro ci vuole poco, soprattutto quando si omette il finale reale della storia, e cioè l'estinzione, la disillusione, l'incapacità di mantenere l'amore e la dignità a regime.
Potrete farvi saune, andare in montagna, nuotare nel blu, baciare il vostro amore, imparare a parlare bene di voi stessi, intraprendere fruttuose e sane relazioni, ma reggete i giri dell'anima? Siete convinti di essere in grado di leggervi dentro nel migliore dei modi?
Io non sono così capace. Per questo sogno ancora, per questo cado. Ogni nuovo corso che ho vissuto si è trasformato in un'ingrata commedia ai danni del vero e del desiderato. I nuovi corsi non sono pastiglie di Valeriana, belle scopate, firme sotto patti e accordi e quei maledetti applausi in platea.
Ogni nuovo corso è dotato della sua valvola di estinzione: ed ecco che bisogna affrettarsi, prima che il tramonto sia patetico e bugiardo. Dio non verrà ad aprirci la porta della pace, a pochi passi dal definitivo allontanamento da noi stessi dello sguardo umano.
Siate umani, non vincenti. Vivete, non predicate. Rispettate chi cade, non lucidate le medaglie degli eroi. E non osate scambiare una persona per una guarigione. O un libro. O qualsiasi cosa. Accendete il petto, guardate chi amate con intensità e non abbiate paura di finire.


©Luca De Pasquale 2017








17/09/17

Venditore di dischi


Capita spesso che io venga presentato a qualcuno come “scrittore”. La cosa mi lascia indifferente e, al limite, può crearmi qualche fastidio. Perché è ovvio che scatta subito un meccanismo cui non riesco ad abituarmi in nessun modo: quello delle domande connettive.
Sei uno scrittore? Allora conoscerai Panfilo Citra, il giallista. Grande scrittore, vero?”
Hai frequentato la scuola di scrittura di Antigone Lattuga? È una mia amica...”
Hai mai partecipato al Premio Vongola Borbonica? Il mio amico Sandro è arrivato quarto cinque anni fa”
Queste domande mi annoiano come poche cose al mondo.
Anche perché le risposte sono una sequenza di no imbarazzati e via via più secchi; e se non è no, le persone nominate non sono tra quelle che mi piacerebbe frequentare.
Essere presentato come scrittore equivale, anche, a mostrare una sorta di autocertificazione del tuo essere un debosciato. Un individuo impratico, dissociato, forse sociopatico, “uno che non sta con i piedi per terra” ma anche “uno che forse non ha davvero bisogno di lavorare”.
Guai poi se dichiari che non segui gli scrittori più in voga. Come ho più volte scritto, essere indifferenti e non invidiosi del successo commerciale dei super-prolifici scriba post-moderni genera negli interlocutori l'effetto opposto: vuol dire che ti stai mangiando il limone e forse creperai di bile.
Ma pensatela come volete.

Insomma, non ci tengo a essere introdotto come scrittore. Mi considero primariamente un venditore di dischi, è stato il mio mestiere per più di vent'anni. Preferisco quando qualcuno mi introduce come “Luca, ex venditore di dischi”, perché posso aggiungere “mestiere che non esiste più” e la conversazione è allora destinata a chiudersi subito.
Ed è meglio, mi si creda in parola, che non venga segnalata una mia eventuale “pazzesca competenza” perché è un'arma a doppio taglio. Nessuno ha piacere di riconoscere a un ex commesso delle doti particolari in quanto a conoscenza musicale. Permalosi giornalisti, spocchiosi saggisti e addetti ai lavori si convincono da subito di dover mostrare il loro peso specifico, fatto di riconoscibilità, gradi e stellette, contatti con musicisti morti e capacità di organizzare eventi che non siano solo per quattro gatti e qualche maniaco sparso.
Mi è capitato molte volte di dover assistere alle grandguignolesche esibizioni onanistiche di qualcuno di questi baroni, capaci di inanellare -in un delirio di onnipotenza- nomi e nomi di musicisti con i quali hanno condiviso tavolate e festival del coito, jam session alcoliche e addirittura qualche viaggio dal taglio esistenzialista.
Non amo le competizioni e nemmeno le gare al Saputello 2.0. Credo che ognuno dovrebbe poter disporre di punti di forza e della consapevolezza delle proprie lacune, che sono naturali e non riempibili (arriva prima la morte, in genere)
Comunque, evito queste disfide e aiuto anche i miei (presunti) avversari, dicendo una verità: che sono specializzato in tutto quello che concerne, e qui non faccio passi indietro, il basso. In genere cala il silenzio, vuoi perché la gente continua a preferire le chitarre e anche perché si dà per scontato che un conoscitore del mondo del basso debba necessariamente suonarlo. Questo è un altro luogo comune.
Non si fugge dai luoghi comuni. È semplicemente impossibile anche provarci. E non si sfugge neanche agli esercizi di diminutio che ti possono attendere nel salotto di una casa, al pub, al telefono, in un gruppo di persone che magari ignorano il tuo orientamento sessuale ma ti hanno già giudicato per assecondare l'ossessione delle scorciatoie mentali, quel disastro inesorabile che continua a rovinarci la vita.

Ho un desiderio.
Riprendere a vendere dischi, alla faccia degli sparvieri imbottiti di pessimismo liofilizzato e delle tendenze di mercato. È chiaro che mi piacerebbe occuparmi principalmente dei generi che amo. Vorrei che fosse un piccolo negozio, magari stretto tra una cartoleria e una tabaccheria, vorrei poter fumare sull'uscio aspettando i primi clienti di giornata.
Generi trattati? Tutto quello che mi muove da anni: rock, hard rock, heavy metal, prog, Progg (quello con due g finali, sì), Zeuhl, fusion, Rock In Opposition, tutte le avanguardie, raw funk, basso dappertutto, ovviamente.
Vorrei tenere in ascolto gruppi per me irrinunciabili anche nelle ore di punta: Rush, Landberk, It Bites, King Crimson, Anathema, Yes, Trapeze, Weather Report, Quatermass e via per secoli...
Vorrei riprendermi quello che ho perso, sarebbe a dire poter vendere la musica parlandone, confrontandosi, non dovendo preoccuparmi dei prezzi di Amazon o di uno stronzo di caporeparto aziendale che mi spiega come fare esposizioni a triangolo isoscele o a cresta di gallo.
Del visual marketing delle aziende me ne sono sempre sbattuto. Fingevo di aderire al dogma solo per ottenere maggiore libertà. Me ne fregavo anche dello stock, ovviamente: se ho cinquecento copie di aspiranti tenori me ne frego, non varranno mai come l'unica copia nascosta della ristampa di John Entwistle. E io vendevo prima Entwistle e poi mi dedicavo ai tenorini, con l'aria di uno che stesse andando a farsi ricucire le natiche.

Ma si tratta di un sogno irrealizzabile. Come quello, peraltro mai avuto, di diventare famoso scrivendo cose che si ispirano a Dino Campana o Dagerman.
Sono nato ai margini di una città di mare, sono stato abituato da bambino a cercare quello che è sommerso e ignorare, possibilmente, quello che riluce.
Sono molto felice, parola che uso pochissimo, quando qualcuno mi contatta per ringraziarmi, anche dieci anni dopo, di avergli fatto scoprire qualche musicista poco gettonato ma di valore. Vuol dire che sono riuscito a sfuggire ad una parte di caducità, per prima quella del mio carattere soggetto alle maree, con un cervello che segue prima il suono e poi il percorso stabilito, una testa spesso a quattro corde che insiste sul MI a vuoto per conoscere il valore del fondo.
Considerare il vibrare per i suoni un modo per conoscere e cadere, sicuramente. Cadere e rimettersi in piedi. Non rispondere agli appelli prestampati. Non accodarsi ai furbi. Non farsi pavoni su quello che già funziona. Cercare la polvere, il riflesso mancato, persino il fallimento. Cercare di riabilitare gli sfortunati, gli ignorati, i troppo timidi.

Tratteggio meglio il mio sogno: un negozio aperto in una città come Grosseto, Perugia o Udine, pomeriggio tardo, pioggia, quattro clienti dentro, io a sorvegliarli da fuori con la sigaretta in bocca e un sorriso soddisfatto, ancora umile. In ascolto, “Riktigt akta” dei Landberk o uno qualsiasi di Jansen, Barbieri e Karn. Poter pagare le bollette. Poter mangiare, amare, forse dormire. Scrivere, certamente. Senza esibire patenti, carte d'identità e quei fottuti certificati di affiliazione.
Questo sogno è chiaramente una grottesca chimera, lo riconosco.
Sono un uomo libero, nella mia illusione di esserlo. Sono spesso solo, ma fa parte del gioco. Non mi sono mai lamentato per questo.


©Luca De Pasquale 2017



16/09/17

Taglio Amsterdam notte


Il banditore televisivo insiste con una frase ossessiva: “Very good condition, taglio Amsterdam”, dove Amsterdam viene pronunciato “Ammst'damm”.
Fuori, delle persone ridono. Non mi piacciono le persone che ridono forte. Continuo a seguire la vendita televisiva di gioielli: la voce del tizio è soporifera, ma io non dormo. È un pomeriggio senza tempo, senza orologi, per fortuna senza impegni. Per me il sabato pomeriggio e la domenica semplicemente non esistono. Nel senso che ho bisogno di solitudine e devo recuperare.
Oggi penso molto a Mick Karn. Un artista che ho amato infinitamente e che ha addirittura cambiato il mio modo di pensare, oltre che la percezione dei colori. Mi manca la sua musica. Nuova musica, intendo. Mick è morto il 4 gennaio del 2011 a soli 52 anni, tumore. Quel giorno si è spento un astro che mi aveva sempre illuminato; non solo quel suono di basso assurdo, imponderabile, liscio e pastoso, ma anche quella sua geografia sonora costituita da visioni spettrali, riverberi, ombre di donna, cieli tersi ma cupi, pietre bagnate su sentieri notturni, il basso verso il basso, come dovrebbe essere sempre.
Ho usato Mick Karn come amuleto per anni e anni, ho ascoltato i suoi dischi sia dopo amori che dopo patti sciolti, ho selezionato le sue canzoni per notti che avevo già deciso insonni, e poi c'è quell'album dei Rain Tree Crow che mi è servito per scoprire quanto nei piccoli gesti, quanto nelle strade deserte ci sia da costruire.
Mi sono nascosto nel basso di Mick Karn, ci ho edificato parte dei miei sentieri pensili di fuga, l'ho buttato avanti quando avevo esaurito le parole, scritte o pronunciate.

Stavolta non mi alzo dal letto, so solo che stasera avrò bisogno di un vecchio album di Mick. L'ultima volta che l'ho ascoltato in cuffia ero tornato nel mio vecchio quartiere e fu una pessima giornata. Perché non ritrovai nulla di quello che ricordavo, i luoghi della mia infanzia e della mia adolescenza erano cambiati, trasfigurati, venduti, sbiaditi. Panetterie chiuse, cartolerie diventate centri di tatuaggi, cinema affondati in supermercati, persino lo storico tabaccaio ridotto a una stuzzicheria. Quella mattina mi sono sentito vecchio e anche passato di moda. E per ridurre il magone la musica di Mick Karn funzionò benissimo.

Oggi non ho molta voglia di scrivere. Lo sento addosso, quando non posso durare o elaborare troppo. Sono troppo nel vento per poter scrivere, in transito in una zona lontana dall'apatia come dall'entusiasmo, una terra di nessuno dove si preferisce osservare e ascoltare che prendersi spazi. Non mi sento mio e di nessuno. Non scrivo per me e neanche per altre persone. Non intendo assecondarmi e farmi largo nell'attenzione di qualcun altro. Annoto i miei terremoti con il cinismo taciturno del sostituto. Mi hanno detto che devo prendere nota e lo faccio. Annoto anche -questo sempre- i maremoti e le ossessioni degli altri, partendo da un punto di vista saggiamente attendista: non lasciarsi invischiare in cose che non potranno mai riguardarmi. Aiutare solo se sono in grado, non sparare cazzate pur di simulare presenza. Le persone parlano troppo e spesso il loro specchio è incastonato in un cuore-Polifemo che sa solo vomitare gli arcobaleni di polistirolo ingurgitati dal loro titolare.
Oggi penso a poche cose, tra queste la musica di Mick Karn. Inizierò il mio countdown per la notte, l'unico contatto con il mondo esterno, come desidero, sarà la partita della mia Fiorentina.
Con il coraggio svogliato del giorno che saluta lentamente, mi sento di ammettere che potrei anche rispondere a un gesto d'affetto con un'assenza, a un'esortazione con una deviazione, a un vizio con un pacchetto lustrato di rinunce (mai stoiche, quelle sono ridicole).
Oggi mi interessano solo attimi di passaggio, quelli che contengono la nascita e la morte nello sguardo casuale che prima o poi avverrà, oggi so che mi manca una certa musica, una certa strada, un'età sommersa e bruciata che foto e racconti non possono restituire. Tutto in regola, tutto benissimo.

L'invasato venditore di gioielli continua a sbracciarsi, adesso urla pure: “Voi signore mie non mi credete, qui si parla di very good taglio Amsterdam! Ma voi cosa volete? Cosa pretendete da me? Io vi amo, però...”
Oggi la mia memoria è proprio in queste condizioni: very good, taglio Amsterdam, colore notte. Senza sensi di colpa e senza fingere amore.


©Luca De Pasquale 2017





15/09/17

Mancato infarto alle cinque del mattino


Nous roulons lentement et nous rêvons du vide.
Michel Houellebecq

Non tollero le domande ossessive. Reiterate. Retoriche.
Non tollero i grandi quesiti esistenziali conditi da mayonnaise e ketchup, formulati in luoghi sbagliati e risolti con un'ingombrante serie di risposte pencolanti, sciattamente motivazionali, coatte nella loro funzione di faro artificiale.
Penso di non essermi mai domandato cosa è l'amore, tanto per fare un esempio. E non perché io lo sappia o desideri saperlo. La definizione non mi interessa, è filosofia con la diarrea.
Perché dovrebbe interessarmi arrivare a una definizione soddisfacente dell'amore? O della giustizia? Le definizioni escludono i dubbi, quindi per me si tratta di ciarpame o poco più.
Viva i dubbi, viva le contraddizioni gestite in solitaria, viva il silenzio e la curiosità che non va a gettoni.

A morte gli amorazzi gonfi di luce, i fidanzamenti tardivi, le bugie pietose, i libri sull'amore scritti con indegna preveggenza commerciale, a morte i luoghi comuni sulla scrittura, sulla passione senza respiro, sui cervelli divergenti di cazzo e fica, e una volta per tutte che si spalanchi l'Inferno sotto i piedi dei super partes, dei neutri, degli empiristi spaventati dal mondo, delle dame da salvare da draghi mai esistiti e dei presunti salvatori, in genere degli imbecilli sorteggiati da mano cieca.
Sono stanco, certi giorni, stanco vitale, e quando mi sento così evoco l'Inferno per quello che mi ha stancato e annoiato.
Non devo dare conto a un editore che mi rompa i coglioni con i tour di presentazioni e le convergenze con altri scrittori che non voglio conoscere e il cui ego mi fa inorridire: penso, vado a fuoco, mi gioco tutto e niente, scrivo, crepo. Non c'è altro.
Quello che mi stanca è girare sempre attorno a soluzioni da trovare e mai a vere domande; mi estenua come l'uomo riesca a fingere di trovare un respiro universale nei suoi problemi personali. E di come si finga che i problemi altrui ci interessino.
Neanche io sono un campione di attenzione nei confronti degli altri. Passo veloce e sciocco su grandi drammi che non capisco o mi arrivano attutiti; sono certamente più interessato a storie che sfiorino la mia propensione alle ombre piuttosto che gioire sinceramente per un lieto evento altrui. Tendo alla superficialità, in certe occasioni, e mai mi vanterei di essere uno profondo.
Che cazzo significa “io sono uno molto profondo”? Non significa niente. In genere, meno ancora quando ce lo dice da soli.
Ma anche “io sono uno che sente le cose, io le sento davvero”. Bene. Cosa ti fa pensare che la tua magnitudo superi quella altrui?
Combatterò sempre i Nostradamus, i previsori di sciagure catartiche, i salvagentisti del sabato pomeriggio, le scopate coniugali sempre il sabato pomeriggio, combatterò l'olio di ricino costituito da preghiere solo ricopiate, tradizioni familiari mai messe in discussione, combatterò le amicizie competitive, i guru del sapere con il bolo in bocca e Jimmy Page tatuato sul culo, combatterò quelli che chiedono se ti hanno fatto godere, combatto da sempre quelli che cercano di conoscerti partendo dai loro preconcetti, senza smuoversi dai loro pantani, dal loro fango misto a seme, polvere di religione e pessimi best seller consigliati da qualche amico imberbe.
Sono umanista, non super-umanista. I poteri speciali vanno combattuti.

L'altra notte (mi piace scrivere “l'altra notte”, è vago e affascinante) non ho dormito niente. Forse un'ora, credo dalle quattro alle cinque. Ero andato a sottrazione tutto il giorno, avevo smontato idee, sensazioni, certezze, orientamenti, pensieri fissi, alibi brevettati, avevo persino cambiato musica abituale e provato persino a non muovermi come un mancino. I mancini si muovono diversamente da destri e ambidestri, guardano diversamente, pensano altro. I mancini sono sempre fregati.
Alle cinque ho riaperto gli occhi. Stanchissimo. Fuori, buio. Ho tirato su la tapparella, ho biascicato qualcosa, ho indossato i pantaloni per andare a fumare sul balcone.
Dopo due tiri, ho sinceramente pensato che mi sarebbe venuto un infarto. Il giorno prima avevo fumato troppo. Mi sono condizionato. Poi ho riflettuto sul fatto che morire all'alba sarebbe romantico, in fondo. Mi sarei accasciato sul balcone, con il braccio sinistro sulla ringhiera e gli occhi contro il cielo, nell'ultima offesa di non vederci Dio o i suoi ambasciatori. Che pezzo di merda, fino all'ultimo respiro.
L'infarto non mi è venuto. In compenso, mi sono seduto al centro del balcone, a fissare il cielo che schiariva e le finestre chiuse. Dopo mezz'ora sono comparse le rondini e mi sono ricordato di alcune canzoni.
Una era “Beautiful songs you should know” dei No-Man. L'ho fischiettata mentalmente. Canzone languidissima, pericolosa. Bellissima.
Poi mi sono tirato su, e nel farlo ho pensato -neutralmente, una volta tanto- che era finita. Non nel senso di morire. Finita la vecchia vita, i vecchi argini, tantissimi rapporti, milioni di suggestioni.
Finite certe comodità di pensiero, di superficialità. Finita la giovinezza, sul serio.
Finito pure il romanticismo decadente, il sapore di ferro e dolore secco, trasformato il sogno della scrittura e cambiato in peggio il sapore delle mie labbra, per me e per gli altri.
Mi sono detto che mi aspettano nuovi dolori, piuttosto vicini nel tempo, mi sono chiesto se credo di avere le energie necessarie per sopportarli. Sono abituato al vuoto che gestisco io, non a quello che la vita mi offrirà come nuova casa.
Ruberò ancora e ancora quella grazia divina che non conosco, allora. Per trovare fiori, strade, cunicoli, incubi rapidi e indolori, tentazioni senza tentacoli, luoghi di confino che non siano turistici.
Chissà come e quando cederò, e perché. Quante bugie dovrò ancora raccontarmi per
continuare a sentire in bocca questo gusto strano di fuoco mai spento eppure fatuo, questa voglia di vivere violenta, devastante, che pure prendo a calci, profano e stuzzico come un maniaco, un piromane, un coglione.
Però è finita. Davvero finita. Ne sono consapevole.
Da quel momento, alle cinque del mattino di un giorno qualsiasi, tutto è e sarà improvvisazione, istinto e reattività, pensare, tentare, rischiare, farsi male, selezione, le verità parziali che farò mie, i contatti che mi trapasseranno da parte e parte come uno stuzzichino a una festa sbracata.
Gli equilibri precedenti sono spezzati. La mia storia personale e familiare è lontana, più di un dolore cristallizzato nel tempo. Dimenticherò pure delle voci, oltre a certe manie.
Cercherò, seriamente, professionalmente, di essere finalmente un misto tra un fantasma, un guerriero, un lupo, un imbecille e uno che prova ancora a comunicare.
Mi gioco contro ma mi alleno seriamente per smentirmi. Se non mi viene un infarto prima, naturalmente. E di cosa sia l'amore, come definizione intendo, non me ne frega assolutamente niente.
Neanche nei cruciverba fanno questa domanda. Non l'hanno mai fatta.


©Luca De Pasquale 2017



12/09/17

Labbra fermate dai vetri


È iniziata una nuova stagione. Come se si dovesse tornare a scuola.
Fa di nuovo buio presto, le insegne accese dei negozi la sera hanno di nuovo senso, è tornato anche quel senso di fretta nel ritirarsi a casa che finisci per notare nei passanti.
Stasera il cielo sembra custodire qualche segreto inaccessibile. Ha qualcosa di languido, di lento e pastoso.
Oggi ho perso un'asta online per una rivista cui tenevo molto, un vecchio numero di Prog, la rivista inglese specializzata in rock progressivo, dedicato alla scomparsa di Chris Squire, correva Settembre 2015.
Il numero era riapparso dal nulla su ebay. Non sono stato veloce. Si trattava di un acquisto simbolico, perché la morte di Chris me la ricordo benissimo: per me si trattava della fine di un'era.
Quest'estate ho riascoltato a lungo gli Yes, è stato come un tuffo all'indietro. A ripensarci, mi sono reso conto di quale valore trascendente davo al mio stupore nell'ascoltare le assurde geometrie bassistiche di Chris, uno capace di far cantare il basso durante un intero brano, come una voce altra eppure sempre connessa al resto della costruzione sonora, dell'impasto (e con gli Yes la parola impasto rende bene l'idea). Un vero genio, al di là dei gusti: è un dato oggettivo, non soggettivo, una volta tanto per acclamatio populi.

Ho anche comprato un salvadanaio. Non so bene a cosa mi servirà. Ci infilerò delle monete di piccolissimo taglio e forse lo aprirò a Natale, scommettendo su che cifra io possa aver accumulato. Mi piace acquistare salvadanai ogni tanto, mi danno l'idea che si possa archiviare e limitare ogni forma di sperpero. Proprio ieri scrivevo che gli oggetti non servono a nulla. È mio destino contraddirmi, come è destino di tutti gli uomini.
C'è una strana calma stasera, mi sembra di essere un tipo tranquillo, misurato. Una sensazione inedita e in tutta probabilità ingannevole.
Del resto, non si può sempre pensare e provare sopra le righe. Poi uno si stanca e inizia a cercare differenti emozioni, azioni di sponda, movimenti il cui risultato finale non può che essere una rifrazione. O un'ombra. O una bugia insapore da cuocere in forno mentre si fischietta e si fuma.

Ho guardato delle offerte di lavoro. Ho avuto l'impressione, che ora si sta allargando, che avrei dovuto essere io a pagare gli inserzionisti. Se mi fate lavorare posso darvi cinquecento euro in anticipo. Così avrei dovuto esordire, per potermi giocare qualche chances.
Un tempo si girava con Fieracittà e Bric A Brac: era l'abito di cerimonia che tutti quelli senza lavoro esibivano indomiti per strada. Per anni, prima di trovare un lavoro fisso, ho preso numeri da quei giornali. Telefonavo già scettico e se la conversazione non mi convinceva o troncavo subito oppure rilasciavo false generalità. Il nome prescelto per quelle grottesche situazioni era Teucro Esposito. Ho telefonato senza volerlo a un regista porno, a una coppia di scambisti, a Pordenone credendo fosse Roma, ho parlato con squisite vecchiette, ineffabili stronzi, pappagalli umani che usavano il famoso e osceno “un attimino” e anche il “piuttosto che” in funzione comparativa o di congiunzione.
In più di un caso, alcuni interlocutori si irritavano addirittura quando scoprivano che chi li stava chiamando non disponeva di regolare patente di guida. Sembrava un atto oltraggioso di lesa maestà. Non erano pochi quelli che mi sbattevano il telefono in faccia dopo avermi chiesto se ero automunito: “No, non ho la patente”
Lei fa sul serio?”
Sì, ma sono normale”
Segnale di occupato.

Qualche mese fa ho parlato con uno che doveva farmi entrare in una cartoleria. Non era convinto per la mia età. Non so perché volesse per forza un giovane in cartoleria. Allora io gli ho detto che avevo charme.
Come?”
Ho charme, quando voglio”
Ma qui non siamo a teatro”
Che c'entra il teatro? Potrei vendere matite, biglietti augurali e gadget anche non originali con un fare ricolmo di charme. Posso affascinare, mi creda, se usato bene”
A noi serve una persona di buona volontà”
Io ne posseggo. E ho charme. Glielo ripeto: posso raccogliere simpatia tra i clienti. Dispongo di un sorriso malinconico, di un inutile buon eloquio e non rubo penne da qualche anno”
Nel caso le faremo sapere”
Non disperda il mio charme, ne morirei”
Arrivederci”

Mi aspettano altri colloqui paradossali. Altri interventi scomposti di posticci deus ex machina, a parole in grado di farti entrare anche nel culo stretto di un animale selvatico. Qualcuno scomoderà ragioni psicologiche sottese per queste difficoltà di reinserimento nel mondo del lavoro, ci sarà chi parlerà di “rimboccarsi le maniche” o “tutelarsi” senza sapere di cosa si sta parlando e di che partita si gioca. Ancora, qualcuno alluderà, ça va sans dire, ad un “approccio positivo” alla vita e al lavoro; io inizierò a toccarmi i capelli, a respirarmi nelle mani, probabilmente riaccenderò lo stereo nella mia mente e lo posizionerò su quel punto di “Heart of the sunrise” degli Yes in cui il basso di Chris Squire inizia a cantare, lasciando scomparire il mondo.

È solo questione di fortuna. Di diplomazia pure, ma in un secondo momento. Non c'è tanto da allarmarsi. Qualcun altro al mio posto si cagherebbe addosso, chiamerebbe sodali e comparse ogni giorno chiedendo una mano. Io non la reputo una scelta adeguata e comunque non pagherebbe a lungo. Se qualcuno vuole chiamarmi per farsi quattro risate con le mie presunte arguzie o farsi raccontare di qualche bel viaggio, quel qualcuno resterà deluso. Può formularsi, sempre quel qualcuno, i giudizi che preferisce: la cosa non mi riguarda in nessun modo.
Sì, sono stato malaccorto, duro, disattento, poco furbo, non conciliante, ma cercavo altro. Altri percorsi, altri linguaggi.
Oggi dire la verità per quella che è, ammettere di poter scrivere il fatidico romanzo del giovane povero, viene preso per un piagnisteo. C'è da ridere.
I tanti che hanno molto più di me si producono in piagnistei di entità nettamente superiore, mi si creda in parola. Mi surclassano anche quando sono svogliati.
Nessuno ha colpe. Nessuno gestisce la verità. Non io, non gli altri.
Io cerco altro. Altre stelle, forse emozioni da inverno perenne, mani che bruciano, labbra contro i vetri, tenerezze da scongiurare, addii da non riprodurre mai in pubblico. Niente, purtroppo, che abbia molto da spartire con il benessere economico. Semplicemente è un altro gioco, che facilmente si vuole confinare in sottoinsiemi di pensiero facile come il nichilismo, il vittimismo e la disposizione a perdere.
Sono parole. Sono labbra che si muovono nel vuoto, nel sentito dire, senza un vetro che le fermi, senza la pioggia che finalmente le cancelli.


©Luca De Pasquale 2017


11/09/17

Il filo dei fulmini


Oggi ho gli occhi scuri come il temporale perpetuo che imperversa da ore. Le fiamme sono contenute, gli impulsi dispersi, mi sono sedato con la logica.
C'è un filo che mi collega alla pioggia fuori, un filo elettrico che potrei percorrere solo con la smania violenta di non avere paura di cadere.
Avrei voluto sedermi già stamattina al pc e scrivere, ma ho preferito fare altro, accompagnato dai lampi e dagli scrosci di pioggia.

Metto ordine nelle mie cose. Mettere ordine per me significa più che altro distruggere, cancellare inutili tracce, troncare ponti, abbandonare abiti mentali. Considerare chiusi dei capitoli e guardare con occhi asciutti e spietati a vecchie manie che somigliavano a carinerie rassicuranti.
Come ad esempio l'oggettistica che invade casa e le case in genere: l'ottanta per cento degli oggetti che conserviamo non servono a niente. Forse solo ad accendere la memoria, tentando pateticamente di ricordare momenti finiti e persone scomparse. Siamo fissati con questa storia di non voler perdere la memoria di quel che siamo stati e di chi ci ha accompagnato. A volte ci rendiamo ridicoli e anche noiosi con questa manfrina.
Siamo noi, infatti, a decidere della sacralità delle cose; e di questo potere abusiamo senza contegno. La mia casa è zeppa di oggetti maneggiati da mio padre e da parenti conosciuti solo in fasce, in altri tempi assegnavo ad alcuni di questi oggetti il ruolo di totem mnemonici e simboli, oggi ho quasi la nausea a guardarli e cercare di costruirci di nuovo attorno un'aura di solenne lutto dabbene.
Sì, quello è il bicchiere in cui beveva abitualmente mio padre... e quella è la sua tazzina, comprata a Orvieto. Maledizione, sono solo oggetti. Nient'altro.
E le foto che mi ritraggono bambino coccolato, vezzeggiato e riempito di regali anche quando non c'era da festeggiare, quelle mi danno ai nervi. Provo tenerezza guardando i volti dei miei genitori, non certo il mio. Non sono tipo da far vedere le mie foto da piccolo per suscitare tenerezza e versetti di partecipazione.

Da ragazzo volevo diventare quattro cose: il bassista dei Rush, il bassista degli Yes, la notte in persona e uno scrittore. Solo la quarta posizione era aperta, le prime due ancora più improbabili di una trasformazione in un semidio.
Quando alcuni parenti e amici di famiglia venivano a trovare i miei (e me), finivo per chiudermi nella stanza sparandomi in cuffia “Permanent waves” dei Rush o “Big generator” degli Yes, tanto per convincermi definitivamente che Geddy Lee e Chris Squire erano Dei reali, inavvicinabili. Potevo però sognare grazie a loro, almeno per un po'. Detestavo ascoltare quelle chiacchiere che avevano me come soggetto principale. La mia educazione, i cattivi voti a scuola, la mancanza di afflato religioso, i comportamenti ribelli, la “stranezza” caratteriale e altre stronzate del genere. I miei genitori erano persone pazienti e sembravano volersi tenere tutte le lezioncine di vita dispensate dai Grandi Saggi. Ho sempre rimproverato a mio padre la sua garbata remissività. Lui annuiva e fumava, mentre io esplodevo dentro con i Rush in cuffia.
La canzone preferita di quei pomeriggi insostenibili era, lo ricordo benissimo, “Different Strings”, bellissima.
A partire dal minuto 1:23 iniziavo a seguire il basso di Geddy nei minimi dettagli e mi si offuscava qualsiasi capacità di reagire in modo sproporzionato.
Mi sedavo.

Scovo, rileggo e poi distruggo una quantità aberrante di vecchie email. Anche quelle che mandavo io ai miei clienti privati, collezionisti all'epoca pronti a tutto. Cominciavano tutte così:

Ciao XXXX,
spero tutto bene. Ho elaborato una lista che dovrebbe assecondare i tuoi gusti e le tue esigenze di procurarti del prezioso materiale di importazione... come noterai i prezzi sono bassi ed i pezzi sono unici, per cui non mi resta che raccomandarti rapidità di scelta. Per il resto, sai come funziona e naturalmente posso procedere ad ulteriori riduzioni qualora tu decidessi di acquistare quasi in blocco. Resto in attesa di un tuo riscontro e ti saluto con affetto,
Luca

Riscontro. Ma quale riscontro. Rileggendo quelle liste così dettagliate, rimpiango parecchi dei dischi che ho dovuto vendere. Mi piacerebbe averli qui, magari in un bel mobile a vetrina, e non solo a contemplarli. Non sono un collezionista, sono uno che ama visceralmente la musica, ed è molto diverso. Non saprei cosa farmene di un'edizione limitata con i peli pubici del mio bassista preferito. Va detto anche, senza finti accomodamenti descrittivi, che la maggior parte dei miei clienti erano delle persone orribili, dei maniaci, oltre che degli spilorci di rara entità, se non addirittura dei ciarlatani. Sono stato giocoforza il loro albero della cuccagna, finché non li ho dovuti mandare a fare in culo per manifesta irritazione. La cosa è sepolta e ora si distrugge: così dovrebbe funzionare.
Quanto a certi regali ricevuti in situazioni sentimentali, mi sono sempre domandato a cosa dovrebbero servire e cosa dovrebbero rappresentare. Cosa dovrei ricordare, nello specifico? Se la storia è finita con recriminazioni e spiacevoli chiarimenti senza costrutto, cosa dovrebbe evocarmi un regalo conservato? Forse dovrei ricordare un orgasmo? Impossibile ricordare un orgasmo, perché si somigliano tutti, quando è passato il momento. Finisci come un serpente gonfiato ad elio, tra singulti, qualche breve sproloquio a voce roca, le mani contro il muro, magari sotto un crocifisso che ti incute soggezione e sensi di colpa, in un letto pagato a rate, su un materasso che dovrebbe essere morbido ed invece è duro come una vendetta.
Magari un regalo dovrebbe ricordare la dolcezza. Ma la dolcezza non è eterna. Non posso commuovermi pensando a una che adesso è sposata, ha tre figli e ha pure iniziato a credere in qualcosa che troverei disgustoso.
Solo quelli che si incantano a guardare i loro figli continuano con questa storia del miracolo della penetrazione, perché lo associano al concetto di nascita. Una cosa che posso comprendere, ma non mi interessa. Non credo ai miracoli e non sono così idiota da considerarmi in dovere di continuarmi, altrimenti il mondo ci resta male.
Quindi non attribuisco agli oggetti un gran valore.
Se dovessi stilare una lista di oggetti che considero affettivamente necessari, mi fermerei a trenta o quaranta. Naturalmente i dischi non sono compresinel discorso, non li considero oggetti ma emozioni.

La pioggia ora è ferma. Anche io. Ho smesso di eliminare. Sono alla finestra, mi godo il vento autunnale. E stranamente non sto fumando.
Ho scelto un altro brano cui sono legatissimo, “You and the night” dei Saga. Una splendida ballata che potrebbe disinnescare anche un assassino seriale, figuriamoci un bluff come me. E infatti funziona. Funziona alla grande. Mi arrendo subito. La guerra è lontana, le battaglie dimenticate in due minuti. Non resta che entrare nel respiro delle tastiere, appeso alla voce ieratica di Sadler, bisogna solo aspettare che tutti si addormentino per potersi riprendere il volto più vulnerabile e umano, quello da camera arredata, quello da addio, quello da ex bambino.
Quel bambino che possiede un filo magico che lo legherà per sempre a tutti i temporali improvvisi e non, innamorato non ricambiato di quel bisogno disperato di non avere mai paura.

©Luca De Pasquale 2017


"You And The Night"
Feel like
Feel like
I'm falling
Falling in - falling out

Feel like
Feel like calling
Calling out for some kind of help

Only you
You and the night
Only you
Can help me tonight

Only you
You and the night
Only you
Can help me tonight

Feel like
Feel like
I'm drowning
Reaching up for someones hand
To pull me out
And I feel as though it's time I told you
Just how much I need to feel your love

Only you
You and the night
Only you
Can help me tonight

Only you
You and the night
Only you
Can help me tonight










09/09/17

Non fare tardi


“Rivolse di nuovo lo sguardo ai gabbiani nel cielo declinante. Gli scuri profili dei grattacieli in mezzo a bagliori violacei e a cattedrali di fumo e poi, a poco a poco, fra i malinconici viola che annunciavano il corteo funebre della notte.
L'intera città agonizzava, come qualcuno che in vita era stato rozzamente chiassoso ma che adesso moriva in un silenzio drammatico, solo, concentrato su se stesso, assorto. Via via che avanzava la notte il silenzio si faceva più profondo, come sempre quando si ricevono i messaggeri delle tenebre. E così finì un altro giorno a Buenos Aires, qualcosa di irrecuperabile per sempre, qualcosa che avvicinava un po' di più Bruno alla sua stessa morte”

Ernesto Sabato “L'angelo dell'abisso”

Ian Crichton dei Saga è uno dei miei chitarristi preferiti. Possiede quello stile graffiante e molto heavy che amo nelle chitarre, stile che non preclude delicate nuances e una certa emozionalità. E rappresenta anche, per fortuna, quell'approccio molto tecnico e professionale alla musica che reputo indispensabile per poter generare emozioni.
Già. Non riesco ad apprezzare gruppi che sono, tecnicamente, delle armate Brancaleone; sarà per questo che non amo particolarmente l’approccio lo-fi e certi sbrachi alternativi che piacciono tanto alla sempre più noiosa intellighenzia critica.

Considero la tecnica esecutiva (e compositiva) fondamentale: è dalla tecnica, dalla padronanza che può scaturire la scintilla migliore, dall'universale al particolare. Per scandalo di molti conoscenti che mi vederebbero più avvezzo a scomposte influenze grezze e cacofoniche, ho dei gusti musicali che vanno in direzione di una certa pulizia, diciamo così.
Un eccellente lavoro di pomp rock americano può emozionarmi di più di un combo inglese devoto ai Sex Pistols e a un finto marciume ideologico/comportamentale. Il do it yorself non mi ha mai agganciato veramente, mentre, invece, il mondo dei musicisti di studio e dei turnisti mi affascina ancora oggi. La tecnica è un'arma irrinunciabile, e in ambito chitarristico Ian Crichton incarna questa filosofia al meglio; una competenza strumentale maestosa dare la stura al processo creativo.

Gusti borghesi? Può darsi. Ciò detto, non c'è nulla che io trovi più noioso della musica etnica, del folk regionale, mi è insopportabile la balcanica, la tzigana, i canti tibetani, il cantautorato italiano alternativo, le posse. Il country meglio del fado, il death metal infinitamente più interessante della salsa e della cumbia. Trovo anche i balli latinoamericani come un supplizio per me intollerabile. Mi sono spesso accorto che i miei gusti musicali, molto definiti e lontanissimi dalle mode, sono potenzialmente un limite sociale. Oltretutto, al di fuori del lavoro, di quello che è stato il mio lavoro per vent'anni, non sono molto propenso a coinvolgere le persone nei miei amori musicali. Il proselitsmo non mi infiamma, anche se spesso potrei permettermelo, ora non è che lotterò per convincere qualcuno a seguirmi nella mia mania per Ian Crichton e per i Saga in esteso.
“Elitista, elitista!”, mi urlò tanti anni fa una compagna a percentuali emotive, la quale evidentemente pensava che il parolone potesse nascondere in sé qualcosa di umiliante o preoccupante. Elitista o elitario, se uno non si straccia le vesti per comunicare i suoi gusti, che male fa?
Le nostre passioni ci connotano, c'è poco da fare. Ed io preferisco conservarle con cura, distribuirle logicamente, non darle in pasto inutilmente. A rischio anche di annoiare, oltretutto. Ho conosciuto un’infinità di sapientoni musicali e letterari che avrebbero sfinito anche una colonia di nipoti di Giobbe.

A questo proposito, ripenso a quel commerciante di merluzzi mio cliente che veniva una volta a settimana in negozio, anche durante il periodo finale, quello del fetido disfacimento, chiedendomi sempre gli stessi pareri. Circumnavigava arrogante tra gli scaffali, accompagnato dalla coniglietta ad alto mantenimento di turno, che in genere non spiccicava una parola, irretita da tutte le stronzate che il suo vate in camicia fiorata consegnava al mondo; il classico tipo di uomo inutile e dannoso che pensa di essere il re incontrastato della fazenda umana.
Si trattava, a conti fatti, di un colossale e ininfluente inetto; ogni volta mi sottoponeva dischi che non mi piacevano. E lui sapeva perfettamente che non li apprezzavo. Lo faceva per sfidarmi. Del resto, per lui ero solo uno sdrucito commesso: mica uno che può saperne come i giornalisti musicali o gli orientatori di tendenza, o anche di quelli che ti trovi a ogni concerto a scattare ridondanti foto da “testimoni dell’energia”. Un commesso va schiacciato…

Una sera arrivò a sventolarmi sotto il naso un cd di Anthony&The Johnsons. “Com'è?”
“Deprimente”, tagliai a corto.
Ritentò con i Sigur Ros.
“Preferisco Mino Reitano”
Tentò la carta finale con i Coldplay, addirittura.
“Ti ho sempre detto che li reputo molto banali”
E lui allora rinunciava, iniziava a dire coglionerie alla coniglietta, parlava di Beatles e di letteratura, di pianoforte e di viaggi, un'anticipazione amara del latte cagliato e sciacquo che le avrebbe schizzato sulla pancia qualche ora dopo.
Mai provata compassione per lei o per altre sue vittime, e non certo per maschilismo: certe donne finiscono per meritarsi certi uomini. Una ninfa tirata a lucido, svuotata di gusti, passioni e ideali, che si fa montare da un mentecatto simile, lo merita e lui dunque merita lei, in un tripudio di sciocchezze, spiritualità da discount, suggestioni provincialistiche, sesso soleggiato che è solo un po' di rumore tra la calma e la morte.
Avrei dovuto stilare al coglione una lista degli artisti che sopporto di meno. Muse, Sigur Ros, Beirut, i rapper italiani, i loungisti, alcuni pidocchi avventisti del rock italiano indipendente più velleitario che si credono grossi pezzi di spirito deambulante, dei visionari scacciati in malo modo da qualche imitazione delle purtroppo scomparse feste dell’Unità.
Preferisco nettamente Gianni Togni agli Animal Collective. Lo dico e lo confermo. È un serio professionista, ha scritto belle canzoni, e i suoi dischi sono onesti e curati. Mille volte meglio Fanigliulo e anche Marco Ferradini che tutti gli imitatori dei Radiohead, per capirci. Non vado oltre.

Mi chiedo se chi pensa di cercare la purezza sa che non ci si arriva di certo con l'intransigenza, con l'indifferente spocchia del parvenu. Tutti coloro che fanno bella mostra di regole e ricette, di asserti sperimentati,  sono di un'allarmante limitatezza mentale.
Quanto a me, mi manifesto con le mie aperte intolleranze (che almeno tento di spiegare), ma non mi prodigo in retromarce sgraziate e inefficaci.
Cerco di essere educato e rispettoso, a differenza dei famigerati “illuminati”, tutti ritrosie, ritorsione e tattico disprezzo. Che noia, incontrare quelli che vogliono eccitare i margini delle differenze.

Apprezzerei molto una donna che venisse da me e mi dicesse: “Senti, io sto così così con il mio uomo, insomma non sono innamorata, c'è tanta abitudine, c'è un po' di solitudine evitata, c'è il corso delle cose. Tu mi piaci, sto pensando di lasciarlo per trovare te”.
Se ricambiassi, se potessi ricambiare, una donna così avrebbe tutta la mia stima, e non perché orientata verso di me. Per la lucidità, per l'onestà intellettuale e emotiva, per il non prendere scorciatoie, precipizi e sentieri bui al fine di provocare la comprensione delle sue intenzioni.
Apprezzerei anche chi dicesse a me o ad altri, “ti penso, ti penso seriamente”.
E invece no. Sempre roba travisata, silenzi che vorrebbero essere confessioni, discorsi che sono riserve di tempo, critiche avventate che vorrebbero significare affetto sommerso, tentennamenti ai limiti della paranoia e altri ammennicoli simili. Questo repertorio, che non merita alcuna distinzione tra sessi, mi offusca, mi irrita, mi allontana senza possibilità di ripensamento. Alla nostra età i fraintendimenti non sono più stimolanti, sono solo pericolosi e perduti, retaggio di vecchi film datati ed irripetibili.
In presenza di qualcosa di non più rimandabile, i vari ostacoli del caso vanno affrontati con chiarezza, senza sotterfugi, senza ritardante morbosità.
L’ignoto esiste, miete vittime. Figlio senza nome di una notte non visibile all’occhio umano, irride le nostre resistenze.
Inutile, dunque, mescolare il caso con la letteratura del dubbio.

Come può sopravvivere un amore senza chiarezza? Ci sono passato, ci siamo passati tutti, nessuno può conclamarsi più vittima di altri. Il vittimismo è materiale parecchio pedante. Ho incontrato nella mia vita donne bugiarde per sventatezza, doppie o triple a seconda del capriccio momentaneo, mantidi religiose e finte schiave, alcune contorte e solenni nell'esserlo e contraddirsi, ho incontrato chi sotto sembianze di agnello sacrificale ha usato la roncola per togliersi presto il dente dolorante, ho persino incontrato chi pensava di potermi tenere in panchina in attesa di altri sviluppi. D'accordo. Capita. Il problema è che molti fingono di aver incontrato solo esseri meravigliosi, perché lo trovano più dignitoso.
Come quelli che parlano dei loro amici come dei migliori su piazza. Come quelle ingenue creature che dopo anni ancora rovistano nei memorabilia dell'ex “maledetto” per avere degli alibi credibili, e cioè avere carta bianca per una disonestà concettuale di fondo, per una volubilità isterica e autoregolamentata, per un disimpegno deludente, simulacro di una profondità e un sentimentalismo che possono valere per quel poco che rappresentano, degli ideali di squilibrio vagheggiati alla meno peggio.
Ora, per quanto tutto questo canovaccio mi disgusti al solo scriverne, cerco di non fare di tutta l'erba un incendio permanente. Non è la purezza che cerco, ma la chiarezza, e credo sinceramente che la passione sia fortemente veicolata dalla linearità.
Credo di aver scritto, finalmente, quel che non trovo nei tanti incontri, casauli, raffazzonati, con persone che a prescindere hanno deciso di essere tristi, prigioniere di rivendicazioni parossistiche e invecchiate dalla nascita.
Può anche capitare la persona meravigliosa in turno in quel frangente, perfetta per tutto, ma che non ti piace. Questo fa parte della natura beffarda del gioco. Si accetta di buon grado.

Lo stereo manda “Don’t be late” dei Saga, nel cortile un esercito di filippini in giacca e cravatta si prepara ad una liturgia che ignoro, il cielo è basso e nuvoloso, senza emozioni.
Il mio corpo odora di vaniglia, sarà forse il deodorante ambientale. La voce drammatica di Michael Sadler crea la giusta atmosfera per la prenotazione appena confermata dalla notte, annunciata da quello strano pulviscolo composto da vento quasi solido e salsedine a dadini, tipico delle località di mare. Ho sempre pensato che questa casa abbandonata nel quasi niente sarebbe la giusta tana per una coppia clandestina, per un momentaneo rifugio dalla paura della normalità quotidiana, invece io la uso per rigenerarmi e per capire. Meno oggetti ci sono in casa, più io respiro.
Niente chiacchiere, meglio il vento. Non so bene più che cazzo di mestiere faccio e farò, di quello che pensa la gente non mi importa più, qui fuori potrebbero innalzarmi una stele funeraria o una targa notarile, non mi cambia più niente.
L’altro giorno ha bussato alla mia porta uno che voleva parlare della Bibbia. Sono stato gentilissimo con lui. Un tempo gli avrei detto di infilarsi un dito in culo, stavolta ho sfoderato un sorriso pieno e gli ho confessato con voce dolce: “Guardi, non sono preparato in materia. Non è di mia pertinenza”
“Come sarebbe?”
“Sono troppo piccolo per questo. E non solo per questo”

Tra passeggiate e docce, tra lunghe jam di scrittura e silenzio apprezzato, i giorni passano e gli strati di pelle cadono, mettendomi a nudo in posizioni per me inconsuete, senza plastiche pose da combattimento. Non posso fare a meno di considerare e riconsiderare tutte le cazzate, le bugie, le mezze parole e gli intollerabili silenzi dei miei ultimi dieci anni di vita. Lo faccio senza avvizzirmi, qualche volta con amara pacatezza, lo faccio sapendo che per ricominciare occorre capire dove ci si trova e cosa si vuole. Per certe persone, delle quali credo di far parte, lo “stop and go” sembra un meccanismo destinato a reiterarsi.
Quando ero più giovane mi toccava ricostruirmi partendo da parecchi elementi fissi, poi con gli anni di punti fermi nelle ricostruzioni ne ho riconosciuti a stento uno o due, ora credo di essere giunto a quella condizione ideale che porta ben impressa nello scorrere il numero zero.
La conoscenza si è azzerata, l'astuzia della ritirata ha toccato il climax, vivo di nemesi continue. Alle aspettative che avevo nei miei confronti ci piscio sopra idealmente. Forse volevo solo contentare mio padre, ma la verità piuttosto banale è che sono un animale, non sempre di compagnia. Non ci credo alla mia nobiltà d’animo: non esiste.
Non ci sono santuari nel raggio di chilometri, le chiese sono per i paganti, appoggiarsi ad altre vite è criminale, lo è sempre stato, sei diventato un animale notturno, cacci a denti scoperti, pianifichi il vuoto per meritarti sorprese e dormi dove capita, non ami più per compassione o per il buon ordine delle cose, sul tuo cammino ritroverai i brandelli di quello che non hai mantenuto, sai bene che morderai ancora per frustrazione, per vizio, per cancrene della storia personale. Mordi per chiedere carezze, tradisci l’ospitalità dei sorrisi altrui con le particelle di buio sgualcito che ti porti in tasca. Alle feste sei sempre andato per creare panico, sconcerto, desiderio combattuto e poi fine annunciata con cui profumarsi. Una vera troia l’anima errante, no?
Ma è nelle notti più scure, quando i gesti più spontanei si annunciano con inediti profumi di temporaneità e gioventù di ritorno, è allora che puoi ancora pensare di poter dare il nome all'ultima stella.


©Luca De Pasquale 2013, 2017